Arte

Tracce di Medioevo lungo via Tribunali, nel cuore antico di Napoli.

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Napoli è come un libro da sfogliare, dove la storia si legge pagina per pagina e le tracce del passato si sovrappongono. Napoli è una stratificazione di fatti e vicende, dove l’apparenza inganna. Chiese e palazzi hanno costantemente subito ristrutturazioni e mutamenti di stile legati al gusto e alle istanze culturali delle epoche che hanno attraversato. Non a caso molte chiese napoletane fondate nel Medioevo o in età paleocristiana hanno del tutto perduto il loro aspetto originario per adeguarsi ai canoni emanati dal Concilio di Trento nel corso del Cinquecento, assumendo quindi una veste barocca. Queste trasformazioni risultano evidenti lungo via Tribunali. Nel tratto iniziale, compreso tra Vico San Pietro a Majella e piazza San Gaetano, si susseguono quattro monumenti di grande importanza per l’arte napoletana del Medioevo. Il primo di questi è la chiesa di San Pietro a Majella, fondata insieme al vicino convento – che attualmente ospita il noto conservatorio – all’inizio del Trecento da Giovanni Pipino da Barletta, importante personaggio di corte in quanto maestro razionale della Curia all’epoca di Carlo II d’Angiò. La chiesa consta di una pianta a tre navate, con tetto a capriate nella navata centrale e volte a crociera in quelle laterali (foto 1), secondo uno schema precedentemente adottato in altri prestigiosi edifici come San Domenico Maggiore. Le navate sono divise da pilastri a fascio a sezione rettangolare, con semi-colonne su tre lati che sorreggono i costoloni delle volte a crociera sulle navate laterali.

Napoli, San Pietro a Majella, pianta.

Foto 1: Napoli, San Pietro a Majella, pianta (da C. BRUZELIUS, Le pietre di Napoli. L’architettura religiosa nell’Italia angioina, 1266 – 1343, Roma 2005, p. 192).

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, interno.

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, interno.

La presenza di un’abside rettilinea, più che “a suggestioni cistercensi”, sembra essere legata alla ristrettezza dello spazio, dovuta alla presenza di Vico storto San Pietro a Majella – la tortuosa strada che separa la chiesa dal Convento di San Domenico Maggiore – e di Piazzetta Casanova, coincidenti con l’antico tracciato viario che, oltrepassando le antiche mura difensive in corrispondenza di Porta Donnorso (oggi non più esistente, ma nota alle fonti medievali come “Porta de domino Ursitate”), congiungeva il centro della città al porto e a Castel Nuovo (il “Maschio angioino”, residenza cittadina dei sovrani). Le più antiche testimonianze affermano che la chiesa avesse dimensioni ben più ridotte di quelle attuali, con la facciata allineata al campanile, alla cui base si apre uno dei due ingressi, l’unico ad aver conservato la struttura originaria.

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, lato orientale con campanile.

Foto 3: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, lato orientale con campanile.

La chiesa aveva forse pianta quadrata. Tra il Trecento ed il Quattrocento l’edificio subì una serie di trasformazioni che portarono ad un ampliamento del transetto con l’aggiunta di due cappelle alle estremità opposte (la cappella Leonessa a Nord, e la cappella Pipino a Sud), ed allo spostamento della facciata con l’allungamento delle navate. Per questi ultimi lavori, che interessarono anche il convento, Alfonso d’Aragona, Duca di Calabria, concesse l’ingente somma di duemila ducati per convincere i frati celestini di Santa Caterina a Formiello (presso Porta Capuana) a trasferirsi nel convento di San Pietro a Maiella affinché potesse ingrandire la propria dimora della Duchesca (quartiere posto nei pressi dell’odierna Piazza Garibaldi).

La chiesa fu poi ristrutturata in stile barocco intorno alla metà del Seicento, quando furono trasformate alcune cappelle, ed eseguiti il portale di facciata, realizzato su commissione della Principessa di Conca, Giovanna Zunica (foto 4); l’altare maggiore, opera di Pietro e Bartolomeo Ghetti, su disegno di Cosimo Fanzago (foto 5); ed il soffitto a cassettoni, un prezioso lavoro d’intaglio in legno dorato, realizzato da artigiani napoletani su progetto dell’architetto certosino Bonaventura Presti (foto 6).

Foto 5: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, facciata.

Foto 4: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, facciata.

Foto 5: Cosimo Fanzago, altare maggiore. Napoli, chiesa di San Pietro Maiella.

Foto 5: Cosimo Fanzago, altare maggiore. Napoli, chiesa di San Pietro Maiella (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Foto 6: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, soffitto a cassettoni.

Foto 6: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, soffitto a cassettoni (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Il soffitto rappresenta una delle più brillanti realizzazioni dell’arte barocca napoletana. Racchiude infatti le tele che Mattia Preti eseguì tra il 1657 ed il 1659, raffigurandovi soggetti ispirati alla vita di Pietro da Morrone (papa Celestino V) nella navata centrale (foto 7), e di Santa Caterina d’Alessandria, nel transetto.

Foto 7: Mattia Preti, "Celestino V prende possesso della sede pontificia, preceduto da Carlo II d'Angiò con la croce". Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella.

Foto 7: Mattia Preti, “Celestino V prende possesso della sede pontificia, preceduto da Carlo II d’Angiò con la croce”. Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Autentici capolavori di arte medievale sono gli affreschi delle cappelle Leonessa e Pipino, dislocate alle estremità opposte del transetto. La Cappella Leonessa, all’estremità settentrionale, preserva ancora oggi buona parte del ciclo di affreschi, eseguito intorno alla metà del Trecento, al tempo della prima ristrutturazione dell’edificio. Gli affreschi che rivestono le pareti perimetrali sono divisi in due fasce sovrapposte: quella inferiore, caratterizzata da una successione di tondi con busti di santi (foto 8); e quella superiore, ove sono raffigurate “Storie di San Martino”.

Foto: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, Cappella Leonessa, tondo con busto della Maddalena.

Foto 8: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, Cappella Leonessa, tondo con busto della Maddalena.

Il cielo stellato che orna le lunette della volta a crociera accoglie, invece, tondi recanti le effigi dei Dottori della Chiesa e di Santi, ognuna delle quali è affiancata da angeli.

Sul braccio meridionale si apre invece la cappella Pipino, fondata intorno alla metà del Trecento da Giovanni Pipino, conte di Altamura e Minervino Murge, morto nel 1356, da non confondere con l’omonimo fondatore della chiesa. Le pareti perimetrali presentano un ciclo di affreschi con “Storie della vita di Cristo” di grande qualità stilistica.

Lungo il braccio meridionale del transetto, tra la prima e la seconda cappella, compare l’effigie della “Madonna dell’Umiltà”, eseguita verso la fine del Trecento (foto 9).

Foto 9: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, "Madonna dell'Umiltà".

Foto 9: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, “Madonna dell’Umiltà”.

Sul piano architettonico, di grande interesse è il campanile a cinque piani sormontati da una cuspide piramidale (foto 3). La struttura sembra riprodurre, nei suoi elementi essenziali, il campanile della cattedrale di Lucera (http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_cattedrale_di_Santa_Maria_Assunta_%28Lucera%29). A tal riguardo, è interessante notare che lo stesso fondatore di San Pietro a Maiella, Giovanni Pipino da Barletta, ebbe da Carlo II d’Angiò l’incarico di sterminare la colonia saracena che l’imperatore Federico II di Svevia insediò proprio a Lucera, la cui cattedrale rappresenta ancora oggi uno dei più integri esempi di architettura gotica angioina. L’edificio fu fondato probabilmente dallo stesso Carlo II d’Angiò.

Proseguendo verso Piazza San Gaetano, sul lato sinistro sorge un monumento di grande importanza architettonica, artistica e letteraria: la cappella Pontano (foto 10). L’edificio – fondato nel 1490 dall’umanista Giovanni Pontano per accogliervi le spoglie della moglie Adriana Sassone, morta proprio in quell’anno – presenta una pianta rettangolare ad aula unica con volta a botte. La cappella preserva al suo interno uno splendido pavimento maiolicato, uno dei pochi databili alla fine del Quattrocento, e la “Madonna con Bambino” affrescata da Francesco Cicino da Caiazzo sulla parete di fondo, al di sopra dell’altare che, nelle intenzioni del Pontano, avrebbe dovuto accogliere la preziosa reliquia del braccio di Tito Livio.

Foto 10: Napoli, cappella Pontano.

Foto 10: Napoli, cappella Pontano.

Le pareti perimetrali in tufo grigio, presentano una decorazione architettonica composta da cornici e lesene con capitelli ionici che suddividono l’intera superficie in una sequenza di riquadri rettangolari che racchiudono le finestre. Ogni finestra, inoltre, è fiancheggiata dalle lapidi commemorative in latino e greco, dettate dallo stesso Pontano. La cappella, che poggia su un alto basamento (o stilobate), dispone anche di una cripta. L’architetto della cappella – malgrado Bernardo De Dominici nelle sue Vite de’ pittori, scultori e architetti napoletani ne abbia attribuito la costruzione ad un certo Andrea Ciccione personaggio più di fantasia che reale – secondo alcuni studiosi, come Roberto Pane, sarebbe stato Fra’ Giocondo da Verona. Lo stesso studioso, attribuì successivamente il progetto a Francesco di Giorgio Martini.

Sullo slargo antistante la cappella prospetta la monumentale facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ricostruita nel Seicento sul luogo dove sorgeva una basilica paleocristiana fondata nel VI secolo d. C. dal vescovo di Napoli Pomponio, di cui non rimane più alcuna traccia visibile. Il nome deriva dalla presenza, all’interno dell’edificio, di una pietra con una croce incisa, sulla quale fu collocata un’immagine della Vergine. L’elemento di maggiore interesse ai fini del nostro discorso, è sicuramente il campanile (foto 11), databile al Decimo o all’Undicesimo secolo, raro esempio di architettura romanica a Napoli.

Foto 11: Napoli, campanile della Pietrasanta.

Foto 11: Napoli, campanile della Pietrasanta.

Questo edificio rappresenta una sorta di palinsesto dell’arte napoletana dall’età romana all’Alto Medioevo, in quanto ricco di elementi di spoglio: colonne (foto 12 e 13); un altare (foto 14); un fregio architettonico (foto 15), e un rocco di colonna (foto 16). Nelle pareti interne dell’arco a tutto sesto sottostante il campanile furono inseriti anche alcuni basoli stradali (foto 17).

Foto 12:  Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 12: Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 13:  Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 13: Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 14: Napoli, campanile della Pietrasanta, altare romano.

Foto 14: Napoli, campanile della Pietrasanta, altare romano.

Foto 15: Napoli, campanile della Pietrasanta, fregio.

Foto 15: Napoli, campanile della Pietrasanta, fregio.

Foto 16: Napoli, campanile della Pietrasanta, rocco di colonna.

Foto 16: Napoli, campanile della Pietrasanta, rocco di colonna.

Foto 17: Napoli, campanile della Pietrasanta, basoli nella parete dell'arco.

Foto 17: Napoli, campanile della Pietrasanta, basoli nella parete dell’arco a tutto sesto.

Dopo alcuni metri, superando l’incrocio con via Nilo e via Atri, si nota un portico in piperno con archi acuti alternati ad aperture a tutto sesto, unica traccia del “Palazzo dell’Imperatore” o di “Filippo d’Angiò” (foto 18). Di questo palazzo, fatto edificare da Filippo d’Angiò al tempo del suo matrimonio con Caterina di Valois, figlia dell’Imperatore d’Oriente Baldovino II, restano oltre al portico anche il prezioso portale in marmo, ornato con lo stemma della dinastia reale angioina (foto 19). Per coloro che vogliano approfondire l’argomento, al termine dell’articolo vi è una breve bibliografia.

Foto 18: Napoli, palazzo "dell'Imperatore" o di "Filippo d'Angiò", portico.

Foto 18: Napoli, palazzo “dell’Imperatore” o di “Filippo d’Angiò”, portico.

Foto 19: Napoli, palazzo "dell'Imperatore" o "di Filippo d'Angiò", portale.

Foto 19: Napoli, palazzo “dell’Imperatore” o “di Filippo d’Angiò”, portale.

PAOLO GRAVINA.

BIBLIOGRAFIA MINIMA:

V. REGINA, Napoli antica. Una splendida passeggiata tra i monumenti, le chiese, i palazzi, le strade, i luoghi perduti e le leggende popolari del centro antico di una città ricca di storia e di cultura, Roma 1994, pp. 124 – 134.

Napoli sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7, Napoli (2010).

C. BRUZELIUS, Le pietre di Napoli. L’architettura religiosa nell’Italia angioina (1266 – 1343), Roma 2005, pp. 191 – 193.

Progetto “Grande Pompei”. L’Italia rischia di perdere 105 milioni di euro per la valorizzazione ed il restauro della grande area archeologica. Firma la petizione di “Riparte il futuro”: http://www.riparteilfuturo.it/savepompei/.

Pompei, con i suoi 66 ettari (45 in superficie, e 21 in fase di scavo) rappresenta uno dei siti archeologici più grandi al mondo. Nel 2011 fu varato e finanziato con 105 milioni di euro dall’Unione Europea il progetto “Grande Pompei”, affidato nel 2013 alla direzione del generale dei Carabinieri Giovanni Nistri. Nella relazione introduttiva del 2011 (http://www.beniculturali.it/miba c/multimedia/MiBAC/minisiti/GPP/file/Progetto%20Pompei.%20Introduzione%20e%20sintesi.pdf) si legge che il progetto “mira ……. a porre al centro della strategia della politica regionale, comunitaria e nazionale un progetto di sviluppo territoriale che si basa su un programma organico di interventi per la salvaguardia, la tutela e la valorizzazione di un’area archeologica e di un patrimonio storico e culturale con caratteri di unicità e di rilievo mondiali. Si tratta quindi di un progetto di rilevanza strategica non solo per l’area di intervento ma anche per lo sviluppo del Mezzogiorno e del sistema culturale nazionale“.

Il 21 luglio 2014 si è svolta una seduta del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici, cui ha partecipato lo stesso generale Nistri. Dal relativo verbale si apprende che “il grande progetto si articola su cinque piani: il Piano della conoscenza, sul quale sono appostati 8, 2 milioni di euro; il Piano delle opere, che è quello più consistente con 85 milioni di euro; il Piano per la fruizione, il miglioramento dei servizi e della comunicazione, con 7 milioni di euro; il Piano della sicurezza con 2 milioni di euro e il Piano di rafforzamento tecnologico e di capacity building con 2, 8 milioni di euro” (per leggere la relazione, cliccare qui: http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1406290849439__21_luglio_2914_Audizione_Grande_Progetto_Pompei.pdf).

A distanza di tre anni gran parte del progetto è ancora sulla carta, e se i lavori non saranno conclusi entro la fine del 2015, l’Italia dovrà restituire per intero i 105 milioni all’Unione Europea. Per evitare che questo accada, firma la petizione di “Riparte il futuro”: http://www.riparteilfuturo.it/savepompei/.

Riprendendo le fila del discorso, dallo stesso verbale emerge un quadro chiaro della situazione in atto: se da un lato si afferma che “Otto cantieri sono in corso e tutti quanti attestano la possibilità di essere chiusi in tempi compatibili con la piena rendicontazione ai fini europei”, e che il decreto Art Bonus “si è mosso per certi aspetti sotto un profilo di accelerazione delle procedure contrattualistiche”; dall’altro pone l’accento sia sulle “rilevanti eccezioni della Regio 6 e della Regio 7″, sia sul contenzioso presso il T. A. R. della Campania, che ha portato alla sospensione temporanea di due gare d’appalto, la cui sentenza è stata emanata il 22 ottobre. Nello stesso verbale si afferma che “per la Regio 7 i lavori sono compresi al momento in 17 mesi”; quindi “appare difficile che possa essere completato il lavoro nella tempistica compatibile con il Grande Progetto Pompei”. Dal verbale emerge quindi che entro la scadenza del 2015 non tutti i progetti saranno portati a termine. Si apprende inoltre che molti progetti sono ancora in fase di approvazione. Altri progetti non sono ancora materialmente eseguibili. A tutto ciò si aggiungano anche i rischi legati ad infiltrazioni mafiose in un territorio da sempre contrassegnato da una radicata presenza della camorra, secondo quanto emerso a seguito della sospensione dei lavori imposta dal T. A. R. della Campania (si legga qui: http://archeologica.info/1/il_ristorante_la_giustizia_amministrativa_e_il_rischio_mafia_767231.html). Lo stesso generale Nistri denuncia i legami tra le imprese vincitrici degli appalti.

Credo, infine, sia obbligatoria una riflessione personale: occorre promuovere iniziative che coinvolgano il popolo italiano, vero detentore dell’area archeologica, al fine di scuotere le coscienze. Firmate quindi la petizione di “Riparte il futuro”: http://www.riparteilfuturo.it/savepompei/ . Meditate gente. Meditate.

Il percorso di Santiago de Compostela templare a Napoli

Venerdì 31 ottobre alle ore 17, 30, avrà luogo a Napoli una iniziativa volta a scoprirne uno degli aspetti più reconditi ed intriganti: la presenza dei Templari nella storia della città. Un percorso che si concluderà nel Maschio Angioino – il castello che Carlo I d’Angiò fece costruire tra il 1270 e il 1287, affidandone la progettazione al francese Pierre de Chaulnes – dove sono state ritrovate incisioni simili a quelle presenti nei castelli francesi di Chinon e di Domme, nella Dordogna, dove furono imprigionati i capi dell’Ordine durante il processo che si concluse con la loro condanna. Nel corso della visita, oltre al Maschio Angioino, sarà illustrata la simbologia templare presente in alcuni famosi edifici storici della città, come la basilica di Santa Maria della Pietrasanta, quella di Santa Chiara, la chiesa del Gesù Nuovo ed altri ancora. Interverranno Laura Miriello, Francesco Vernetti e Tullio Pojero. Per informazioni 3206885887. Appuntamento: 31 ottobre, ore 17,30 in Largo Corpo di Napoli 3, presso Museumshop. È prevista una quota di partecipazione pari a € 5.

“ORI, ARGENTI, GEMME E SMALTI DELLA NAPOLI ANGIOINA. 1266 – 1380”. I capolavori dell’oreficeria gotica angioina in mostra a Napoli presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. Fino al 31 dicembre 2014, a tutti coloro che vogliano effettuare un tour nel centro storico di Napoli, includendovi una visita alla mostra, sarà applicato uno sconto del 10%.

Fino al 31 dicembre 2014 saranno in mostra presso il Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli i capolavori di oreficeria sacra commissionati dagli Angiò per alcune chiese, come il Duomo di Napoli, la parrocchiale di Santa Vittoria in Matenano, la Basilica di San Nicola di Bari. Questa mostra offre la possibilità per la prima, e forse unica volta di vedere da vicino il busto argenteo di San Gennaro (foto 1) – posto all’inizio del percorso – che, per la doratura del volto, i napoletani chiamano “faccia ‘ngialluta”. Il busto fu eseguito nel 1304 su commissione del re Carlo II d’Angiò da tre orafi francesi (Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre e Guillaume de Verdelay), e donato l’anno successivo alla cattedrale. Nel percorso sono presenti anche altri notevoli capolavori di oreficeria gotica come i pastorali di Atri e di Sorrento; il reliquiario per le ampolle con il sangue del Santo, appartenente alla collezione del Museo; la croce gigliata donata da Carlo II d’Angiò alla basilica di San Nicola di Bari; o anche la capsula (foto 2 e 3) realizzata in forma di “bomboniera” da orafi napoletani per il matrimonio tra Filippo d’Angiò e Tamara, figlia di Niceforo, Despota d’Epiro (come si evince dagli stemmi presenti su una delle facce: il giglio angioino e l’aquila, simbolo del Despotato d’Epiro: http://it.wikipedia.org/wiki/Despotato_d’Epiro). A tutto ciò si aggiungono anche le suppellettili in oro ordinate in occasione della canonizzazione di San Ludovico da Tolosa nel 1317, come la croce stazionale proveniente dalla chiesa parrocchiale di Santa Vittoria in Matenano, nelle Marche; i reliquiari di Santo Stefano e di San Ludovico da Tolosa, provenienti rispettivamente da Capri e dal Louvre di Parigi, e realizzati dagli orafi toscani Pietro di Simone e Lando di Pietro; oppure la preziosa cassetta con decorazioni vegetali e stemmi angioini, proveniente da Todi. La mostra chiuderà il 31 dicembre 2014. Il percorso si snoda attraverso le sale del Museo del Tesoro di San Gennaro, prezioso esempio di architettura del Seicento. Il visitatore potrà quindi comprendere a pieno una caratteristica costante dell’arte napoletana: la pacifica convivenza e, talvolta, la fusione tra arte gotica e barocca. (more…)

Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli angioina. 1266 – 1380

A partire da domani, e fino al 31 dicembre 2014, avrà luogo a Napoli, presso il Museo del Tesoro di San Gennaro, un evento unico e irripetibile: la mostra “Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli angioina. 1266 – 1380”, curata dal prof. Pierluigi Leone De Castris, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. In occasione dell’evento saranno esposti, per la prima volta insieme ed in un unico percorso, i capolavori di oreficeria che i sovrani angioini di Napoli commissionarono agli artisti francesi e italiani che entrarono a far parte della loro corte. Oltre al busto di San Gennaro – opera degli orafi francesi Guillaume de Verdelay, Milet d’Auxerre ed Etienne Godefroy – donato al Duomo di Napoli da Carlo II d’Angiò nel 1304, saranno esposti pezzi unici, come la croce gigliata della basilica di San Nicola di Bari; la mitra di San Ludovico da Tolosa, dal Tesoro della Cattedrale di Amalfi; la capsula del Museo Civico di Cividale del Friuli, realizzata in forma di bomboniera per il matrimonio di Filippo di Taranto con Tamara, figlia di Niceforo I, Despota d’Epiro. Saranno esposti inoltre esposti anche altri pezzi provenienti da Atri, da Sorrento, da Capri e dal Louvre di Parigi. La mostra sarà inaugurata domenica 12 ottobre alle ore 11, 30. Nei prossimi giorni pubblicherò una recensione della mostra. Si leggano di seguito le informazioni generali:

  • Commissario curatore della mostra, Pierluigi Leone de Castris.
  • Comitato scientifico: Ferdinando Bologna, Paola Giusti, Pierluigi Leone De Castris, Maura Picciau, Fabrizio Vona.
  • Sede: Museo del Tesoro di San Gennaro, Via Duomo 149 – 80138 – Napoli.
  • Date: 12 ottobre – 31 dicembre 2014.
  • Orari di apertura: lunedì, martedì, giovedì, venerdì e sabato e sabato, ore 10, 00 – 17, 30 (chiusura biglietteria), ore 18, 00 chiusura museo. Domenica e giorni 24, 25 e 31 dicembre ore 9, 30 – 14, 00. Festivi ore 9, 30 – 17, 30. Mercoledì riposo settimanale.
  • Costo del biglietto di entrata del museo: € 3, 00.
  • Biglietteria: info tel. +39 – 081294980. Email: info@museosangennaro.com. Per qualsiasi ulteriore informazione, cliccare qui: http://www.museosangennaro.it/.

Stefania De Francesco, 13 settembre 2014 presso il Complesso “Damiani” a Pozzuoli.

Molti di voi la ricorderanno nella serie “Un posto al sole” nel ruolo di Katia. Stefania De Francesco ha anche splendidamente interpretato ruoli da protagonista in spettacoli come “C’era una volta Scugnizzi”, musical di Claudio Mattone con Sal da Vinci, oppure “Ritratto di un divo”, con il tenore Gianluca Terranova, per la regia di Massimo Ranieri. Sabato 13 settembre 2014, alle ore 21, 30 Stefania De Francesco si esibirà in un recital unplugged presso il complesso “I Damiani” in via Montenuovo Licola Patria 85 a Pozzuoli. Stefania De Francesco recita, balla e soprattutto canta. Potrete in questo modo apprezzare a pieno il talento cristallino di un’artista a tutto tondo. Per raggiungere il complesso “I Damiani”, coloro che provengono da Napoli possono percorrere la Tangenziale A56 fino allo svincolo di Arco Felice. Il complesso è situato al termine dello svincolo, immediatamente sulla destra. Coloro che provengono dalla provincia di Caserta, possono percorrere la strada statale 7 quater fino allo svincolo Lago d’Averno. All’altezza della rotonda posta al termine dello svincolo, imboccare la terza strada (via Montenuovo, per l’appunto), e dopo circa 400 metri troverete il complesso “I Damiani” sulla destra.

È gradita la prenotazione: 081.8042666.

Anfiteatro Flavio. Parte seconda: i sotterranei.

Per la prima parte dell’articolo, clicca qui: http://wp.me/p4swij-2r.

Cari amici vicini e lontani, come promesso ecco la seconda parte dell’articolo sull’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli. Anche in questo caso tutte le foto, tranne la prima, sono state su eseguite su autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli n. 10793 del 10/07/2014.

Gli anfiteatri, diversamente dai teatri, disponevano anche di ambienti di servizio atti ad ospitare le gabbie delle fiere, i gladiatori, i macchinari, le scenografie. A differenza degli anfiteatri più antichi – come quelli di Pompei, Cuma, Teano, Nola o Liternum – dove tali ambienti erano dislocati al di sotto della cavea, l’anfiteatro di Pozzuoli dispone di sotterranei, in quanto questi spazi furono funzionalmente ricavati al di sotto dell’arena (foto 1). 

Foto 1: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pianta dei sotterranei.

Foto 1: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pianta dei sotterranei.

I sotterranei replicano in pianta l’assetto strutturale dell’arena. Due ambulacri che si incrociano perpendicolarmente al centro, posti in corrispondenza degli assi minore e maggiore dell’arena, sono iscritti in un’ellisse, il cui perimetro coincide con l’ambulacro che corre tutt’intorno (foto 14). Tra i due ambulacri centrali e quello perimetrale, altri ambienti disposti simmetricamente in sequenza danno origine ad altri quattro passaggi intermedi – due per lato – cui si accede attraverso archi a tutto sesto (foto 2 e 3).

Foto 2: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi di disimpegno tra l'ambulacro longitudinale e quello meridionale, visti da est.

Foto 2: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi di disimpegno tra l’ambulacro longitudinale e quello meridionale, visti da est (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli).

Foto 16: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi rettilinei intermedi, visti dall'ingresso occidentale.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi rettilinei intermedi, visti dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

 

Ai sotterranei si giungeva, oltre che da diverse scalette di servizio, anche tramite due ingressi, posti presso i varchi est e ovest dell’arena, in corrispondenza dei quali due ambienti absidati accoglievano fontane per le abluzioni di gladiatori ed animali

 

 

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, accesso ai sotterranei dal lato occidentale.

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, accesso ai sotterranei dal lato occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, nicchia sulla parete meridionale dell'ingresso occidentale.-001

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, nicchia sulla parete meridionale dell’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Oltrepassato l’ingresso, si può ammirare la complessa articolazione architettonica dell’ambiente. L’ambulacro centrale maggiore, detto anche media via, posto in corrispondenza della lunga fossa rettangolare centrale, serviva alla movimentazione dei macchinari e delle scenografie (foto 5). Nelle murature prevale l’opera laterizia, mentre l’opera reticolata contraddistingue le pareti di fondo delle cellae, ossia i piccoli ambienti destinati ad ospitare le gabbie.

Foto 19: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, corridoio centrale con apertura rettangolare per l'installazione delle scenografie.

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, corridoio centrale con apertura rettangolare per l’installazione delle scenografie (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Ai lati dell’ingresso, si snodano l’ambulacro perimetrale settentrionale e quello meridionale, sulle cui pareti arcate a tutto sesto consentono di accedere a diversi ambienti posti su due livelli (foto 6 e 7).

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro settentrionale visto dall'ingresso occidentale.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro settentrionale visto dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro meridionale visto da est.

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro meridionale visto da est (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

All’inizio di ogni ambulacro due ambienti di servizio consentivano di accedere tramite scalette ad un corridoio, largo poco più di un metro, utilizzato forse dagli inservienti per accedere agli ambienti del secondo livello, dove erano custodite le gabbie per le le fiere (foto 8 e 9).

 

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro meridionale, ambiente con scala di servizio.

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro meridionale, ambiente con scala di servizio (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro settentrionale, ambiente con scala di servizio nei pressi dell'ingresso orientale.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro settentrionale, ambiente con scala di servizio nei pressi dell’ingresso orientale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Ricavate nelle volte degli ambulacri (foto 6 e 7) – alcune botole, una settantina circa – attraverso un complesso sistema composto da assi in legno, catene, carrucole e ganci, consentivano un rapido sollevamento delle gabbie dai sotterranei alla platea. Il sistema fu perfettamente ricostruito da Charles Dubois in un suo saggio del 1907 (foto 10). Gli inservienti spingevano le gabbie sotto le botole, affinchè potessero essere agganciate e trainate in superficie. Al secondo livello, per compiere tale operazione si adoperavano tavole in legno poggianti sulle mensole in basalto, ancora oggi innestate nella muratura. Completata l’operazione, si azionava un asse di legno che – infisso nella muratura della ima cavea, dotato di pali di sostegno e di un braccio basculante con carrucola, catena e gancio – sollevava la gabbia per consentire all’animale, al gladiatore o all’attore di entrare direttamente in scena. Si chiudeva infine la botola con una robusta tavola in legno di quercia.

 

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sistema di sollevamento delle gabbie (da Dubois, 1907).

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sistema di sollevamento delle gabbie (da Dubois, 1907).

Alcuni ambienti preservano ancora nelle volte di copertura i fori di alloggiamento per i pali di sostegno (foto 11).

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, volta di un ambiente adell'ambulacro settentrionale con i fori di alloggiamento per i pali di sostegno del sistema di sollevamento delle gabbie.

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, volta di un ambiente dell’ambulacro settentrionale con i fori di alloggiamento per i pali di sostegno del sistema di sollevamento delle gabbie (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

 

Lungo le pareti dei sotterranei è possibile rilevare altre tracce di questo sistema (foto 12).

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Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, parete settentrionale dell’ambulacro anulare meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Questo complesso sistema di sollevamento era probabilmente nascosto alla vista del pubblico tramite le scenografie. Questa ipotesi trova conforto sia nella posizione centrale della grande apertura rettangolare adoperata per il loro allestimento; sia nelle fonti letterarie. Narra infatti Marziale (De Spectaculis, 21 b – il numero indica il passo): «Ci meravigliamo che la terra abbia cacciato fuori da una fessura improvvisamente apertasi Orfeo rivolto all’indietro; veniva da Euridice». Possiamo quindi immaginare lo stupore e la meraviglia che questi effetti scenici generavano nel pubblico, ignaro del complesso meccanismo che la scenografia occultava alla loro vista. O ancora (De Spectaculis, 21): «L’arena ti ha offerto lo spettacolo, o imperatore, di tutto quello che, secondo la fama, il monte Rodope vide sullo scenario ove agiva Orfeo. Strisciarono le rupi, corsero le foreste stupende come si narra fosse il bosco delle, Esperidi. C’era ogni tipo di bestie feroci mescolato al bestiame domestico e si librarono uccelli sopra il poeta, che tuttavia cadde dilaniato da un orso insensibile. Questa leggenda, prima d’ora veduta in pittura, è stata in questo modo realizzata». Altri scrittori, al pari di Marziale, parlano di tigri o orsi che fuoriescono da caverne; oppure dei gladiatori che, muovendosi analogamente, dovevano affrontarli.

Il prossimo articolo sarà sul teatro di “Villa Pausylipon” a Napoli.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

F. DEMMA, Monumenti pubblici di Puteoli. Per un’Archeologia dell’Architettura, Roma 2007.

F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2000, pp. 281 – 306.

 S. DE CARO, I Campi Flegrei, Ischia, Vivara. Storia e archeologia, Napoli 2004.

A. MAIURI, I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Roma.

MARZIALE, Gli spettacoli, Roma 1969.

SVETONIO, Le vite dei Cesari. Volume secondo. Libri IV – VIII, Torino 2008.

Per i brani tratti dalla “Vita di Augusto” (SVETONIO, Vita dei Cesari, II), mi sono avvalso della traduzione curata dalla Prof. Maria Rosa Orrù: http://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/svetonio_xiicesari.pdf. Blog: http://professoressaorru.wordpress.com/.

CH. DUBOIS, Puzzoules antique. Histoire et topographie, Paris 1907.

GIANLUCA TERRANOVA canta “CARUSO” @ Arena Flegrea – Napoli – Mercoledì 27 Agosto 2014 ore 21,00.Sarà ospite Stefania De Francesco – cantante e attrice, protagonista di fiction (Un posto al sole) e spettacoli teatrali (il musical “Holliwood, ritratto di un divo”) – che interpreterà con Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”!

L’evento, finalizzato a rilanciare la tradizione musicale napoletana nel mondo rievocando la figura di Enrico Caruso, avrà luogo 27 agosto 2014, alle ore 21, presso l’Arena Flegrea di Napoli.

Costo dei biglietti:

CAVEA BASSA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

CAVEA ALTA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

I biglietti sono in vendita presso la MC Revolution, Via Giulio Palermo 124 – 80131 – Napoli, tel. 0815456196. Sito internet: http://www.mcrevolution.it/ . E-mail: info@mcrevolution.it.

Per raggiungere l’agenzia:

  1. linea 1 della metropolitana, fermata Rione Alto (l’agenzia è situata a 50 mt. di distanza);

  2. Uscita Tangenziale Camaldoli o Zona Ospedaliera.

La musica napoletana ha rappresentato l’Italia nel mondo per oltre un secolo. Uno dei suoi più noti interpreti fu proprio Enrico Caruso, morto a Napoli il 2 agosto 1921, una vera icona della canzone napoletana grazie alla sua impareggiabile voce. Uno dei pochi interpreti capaci di far rivivere l’intensità, il calore mediterraneo, la potenza vocale ed il talento di Enrico Caruso, è il tenore Gianluca Terranova, protagonista dello spettacolo e della fiction RAI, trasmessa nel 2012. A due anni di distanza dalla fiction e dal CD intitolato “Terranova canta Caruso”, renderà nuovamente omaggio al celebre tenore con questo spettacolo, accompagnato dall’orchestra del maestro Leonardo Quadrini composta da 120 elementi. Nel corso dell’evento, dedicato alle melodie napoletane che la voce di Caruso diffuse nel mondo, Gianluca Terranova interpreterà il brano inedito “‘O sole ‘e Napule”, scritto dallo stesso Terranova e dal musicista e regista Stefano Reali, che descrive la storia d’amore tra il tenore e Ada Giachetti. Allo spettacolo parteciperà inoltre, in veste di ospite, la cantante e attrice Stefania De Francesco, che interpreterà insieme a Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”. 

La Crypta Neapolitana e la cosiddetta “Tomba di Virgilio” nel Parco Virgiliano di Mergellina a Napoli

La grotta (foto 1) – lunga 711, 16 metri, alta 3 metri e larga 4, 50 metri – nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti. Fu edificata dall’architetto Lucio Cocceio Aucto, forse su commissione di Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, nell’ambito di quel complesso di infrastrutture destinate ad integrare e migliorare i collegamenti tra Napoli, Roma ed ed il Portus Iulius, ossia il porto dov’era stanziata la flotta militare romana, i cui resti sono oggi sommersi nel tratto di mare antistante il lago Lucrino, a causa del bradisismo. Si rese in questo modo possibile il passaggio della strada che conduceva a Pozzuoli – la via Neapolis Puteolim – in sostituzione del più antico tracciato che univa le due città passando per le colline – la via Antiniana per colles. Dalle origini fino ai giorni nostri, l’antro ha sempre fatto da sfondo a culti e leggende. Si narra infatti che lo stesso Cocceio, per costruire la grotta in quindici giorni, impiegò ben centomila uomini. La grotta divenne ben presto anche un luogo di culto. Il ritrovamento, sotto la dominazione spagnola, di un rilievo marmoreo raffigurante Mitra Tauroctono tra il Sole e la Luna (presenti anche nell’effige della Madonna di Piedigrotta), databile al III – IV secolo d. C., e oggi custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha indotto gli studiosi ad ipotizzare che la grotta sia stata utilizzata come mitreo, cioè come sacello dedicato al culto ipogeo della divinità. Il ritrovamento di un rilievo simile a Capri, presso la grotta di Matermania, ha avvalorato questa ipotesi. Petronio, nel suo Satyricon, sostiene invece che la grotta fosse dedicata al culto del dio Priapo. Petronio, nell’unica sua opera conosciuta, usa infatti le seguenti parole: Neapolitana ubi sacellum Priapi et sacra abdita”. Il racconto ha come protagonista Encolpio che, colpito dal dio che lo aveva reso impotente, per recuperare la virilità perduta, intraprende un viaggio in Italia meridionale insieme ai compagni Ascilto e Gitone. 

Sul versante orientale, la “Tomba di Virgilio” – un mausoleo “a tamburo”, in opus reticulatum, con profonde fondamenta, risalente alla prima età imperiale – incombe alta sull’accesso alla Crypta. L’edificio, che la tradizione popolare e letteraria napoletana identifica quale tomba del poeta, preserva al suo interno un colombario a pianta quadrangolare. Si tratta tuttavia di una leggenda, in quanto il poeta, morto a Brindisi, fu sepolto a Napoli in una sua proprietà situata tra il primo ed il secondo miglio della via Neapolis Puteolim, in una zona posta nei pressi dell’attuale Riviera di Chiaia

1. Napoli, Crypta Neapolitana.

1. Napoli, Crypta Neapolitana.

2. Napoli, Tomba di Virgilio.

2. Napoli, Tomba di Virgilio.

Viaggi itineranti tra storia e leggenda nel Parco Virgiliano di Napoli. Racconto di una giornata.

L’alternarsi di civiltà e di culti ha lasciato le sue tracce nella Crypta Neapolitana. Sabato 19 luglio, a partire dalle ore 15,00 presso il Parco Virgiliano di Napoli, alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, si è svolta la manifestazione “Viaggi itineranti tra storia e leggenda, la storia di Roma e i culti solari nella Cripta del Virgilio Mago“. L’evento ha visto la partecipazione di un pubblico molto interessato, in un luogo poco noto alla maggior parte dei cittadini napoletani. Dopo aver sostato davanti alla tomba di Giacomo Leopardi e alla “Crypta Neapolitana”  (foto 1, 2 e 3) dove il ritrovamento, durante la dominazione spagnola, di un rilievo marmoreo raffigurante “Mitra che uccide il toro”, ha indotto gli studiosi ad ipotizzare la presenza di un sacello dedicato alla divinità – siamo giunti al mausoleo che la tradizione umanistica e popolare napoletana identifica quale Tomba di Virgilio (foto 5), dove il poeta e scrittore Mario Scippa (foto 4) ha intrattenuto il pubblico, declamando la sua poesia “Suonno sunnato”. Lungo il percorso, i ricercatori Nicola Laudicino e Laura Miriello hanno illustrato nel dettaglio le testimonianze del passato ed il legame tra il luogo e la figura del poeta Virgilio, divenuto mago nella cultura popolare napoletana ed europea dal Medioevo in poi. Tale leggenda si diffuse ben presto in tutta l’Europa, come attestano alcune fonti letterarie germaniche del X secolo d. C. Questa circostanza dimostra quale rilievo abbia avuto tale leggenda dapprima nella cultura locale, e poi in quella europea. La visita si è poi conclusa con un rinfresco e i ricercatori Nico Laudicino e Laura Miriello mi hanno infine concesso.questa intervista:

Esiste una continuità tra il culto di Mitra e quello della Madonna di Piedigrotta?

Laura Miriello: “Sì, sicuramente c’è una continuità perché la maggior parte dei culti furono portati in età imperiale a Napoli, come il culto di Mitra nel periodo greco – romano. Successivamente con l’avvento del Cristianesimo, e quindi dell’Impero bizantino e del Ducato napoletano, la maggior parte degli edifici cristiani fu costruita sugli antichi mitrei, o sui templi di Iside e di Apollo, e molte divinità femminili, tra cui la stessa Iside, furono sostituite dalla Madonna. La Madonna rappresentava in qualche maniera una figura pagana femminile. La Madonna di Piedigrotta rappresenterebbe quindi il Femminile, che veniva probabilmente venerato nel mitreo alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta: la famosa “Crypta Neapolitana”.

Che ruolo ha svolto la figura di Virgilio Mago nella cultura popolare napoletana?

Nicola Laudicino: “Virgilio, grande personaggio storico e poeta latino, ha vissuto una sorta di doppia vita. Inizialmente famoso come grande poeta; successivamente la figura si è trasformata, entrando nell’immaginario collettivo del popolo napoletano quasi come un protettore, come il mago che si fa carico di tutte le problematiche e le difficoltà di una città che nei secoli ha sempre vissuto periodi particolari, e ancora ne vive. Potremmo definirlo, per certi aspetti, una sorta di San Gennaro pagano. Una figura che ha raccolto le speranze e i desideri attraverso questo mito. La possibilità di una figura che intercedesse, che riuscisse un po’ a proteggere il popolo. Comunque una figura di grande importanza nell’immaginario collettivo”.

Quali iniziative metterete in campo nei prossimi giorni?

Laura Miriello: “Al Centro Studi di Archeo – Storia investigativa fanno capo figure di appassionati e ricercatori. C’è ad esempio Nicola Laudicino che ci ha accompagnato nella visita di oggi; io collaboro da tempo con l’architetto Tullio Pojero, con cui faccio studi sulla Napoli medievale (a Settembre ci saranno visite guidate proprio in merito al Medioevo napoletano); e infine, da poco è nata una collaborazione con il carissimo amico Mario Scippa con cui visiteremo – insieme a Nicola Laudicino ed, eventualmente, a Tullio Pojero –  nuovi siti, probabilmente di nuova la Piscina mirabilis o la Crypta neapolitana, o nei primi giorni di Agosto, oppure all’inizio di Settembre dove uniremo la poesia di Mario Scippa alle conoscenze storiche sia Nicola e di Tullio, che mie in relazione al Medioevo”.

P. s.: La raffigurazione di “Mitra tauroctono (che uccide il toro)” recava ai lati la personificazione maschile del Sole a sinistra e, a destra quella femminile della Luna, come dimostrano un rilievo ritrovato a Capri (foto 6), presso la grotta di Matermania, oppure la lapide proveniente dal mitreo di Pisa (foto 7), ed oggi custodita presso il Camposanto cittadino edificato nel 1277 su progetto di Giovanni di Simone. Il Sole e la Luna, analogamente disposti, caratterizzano anche l’immagine popolare della Madonna di Piedigrotta (foto 8), ad ulteriore conferma di quale continuità vi sia tra i due culti.

Foto:

 

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http://miti-antichi.blogspot.it/2009/02/il-culto-dei-dio-mitra-roma.html6

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Piedigrotta 8