Teatri

Stefania De Francesco, 13 settembre 2014 presso il Complesso “Damiani” a Pozzuoli.

Molti di voi la ricorderanno nella serie “Un posto al sole” nel ruolo di Katia. Stefania De Francesco ha anche splendidamente interpretato ruoli da protagonista in spettacoli come “C’era una volta Scugnizzi”, musical di Claudio Mattone con Sal da Vinci, oppure “Ritratto di un divo”, con il tenore Gianluca Terranova, per la regia di Massimo Ranieri. Sabato 13 settembre 2014, alle ore 21, 30 Stefania De Francesco si esibirà in un recital unplugged presso il complesso “I Damiani” in via Montenuovo Licola Patria 85 a Pozzuoli. Stefania De Francesco recita, balla e soprattutto canta. Potrete in questo modo apprezzare a pieno il talento cristallino di un’artista a tutto tondo. Per raggiungere il complesso “I Damiani”, coloro che provengono da Napoli possono percorrere la Tangenziale A56 fino allo svincolo di Arco Felice. Il complesso è situato al termine dello svincolo, immediatamente sulla destra. Coloro che provengono dalla provincia di Caserta, possono percorrere la strada statale 7 quater fino allo svincolo Lago d’Averno. All’altezza della rotonda posta al termine dello svincolo, imboccare la terza strada (via Montenuovo, per l’appunto), e dopo circa 400 metri troverete il complesso “I Damiani” sulla destra.

È gradita la prenotazione: 081.8042666.

Anfiteatro Flavio. Parte seconda: i sotterranei.

Per la prima parte dell’articolo, clicca qui: http://wp.me/p4swij-2r.

Cari amici vicini e lontani, come promesso ecco la seconda parte dell’articolo sull’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli. Anche in questo caso tutte le foto, tranne la prima, sono state su eseguite su autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli n. 10793 del 10/07/2014.

Gli anfiteatri, diversamente dai teatri, disponevano anche di ambienti di servizio atti ad ospitare le gabbie delle fiere, i gladiatori, i macchinari, le scenografie. A differenza degli anfiteatri più antichi – come quelli di Pompei, Cuma, Teano, Nola o Liternum – dove tali ambienti erano dislocati al di sotto della cavea, l’anfiteatro di Pozzuoli dispone di sotterranei, in quanto questi spazi furono funzionalmente ricavati al di sotto dell’arena (foto 1). 

Foto 1: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pianta dei sotterranei.

Foto 1: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pianta dei sotterranei.

I sotterranei replicano in pianta l’assetto strutturale dell’arena. Due ambulacri che si incrociano perpendicolarmente al centro, posti in corrispondenza degli assi minore e maggiore dell’arena, sono iscritti in un’ellisse, il cui perimetro coincide con l’ambulacro che corre tutt’intorno (foto 14). Tra i due ambulacri centrali e quello perimetrale, altri ambienti disposti simmetricamente in sequenza danno origine ad altri quattro passaggi intermedi – due per lato – cui si accede attraverso archi a tutto sesto (foto 2 e 3).

Foto 2: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi di disimpegno tra l'ambulacro longitudinale e quello meridionale, visti da est.

Foto 2: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi di disimpegno tra l’ambulacro longitudinale e quello meridionale, visti da est (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli).

Foto 16: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi rettilinei intermedi, visti dall'ingresso occidentale.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, corridoi rettilinei intermedi, visti dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

 

Ai sotterranei si giungeva, oltre che da diverse scalette di servizio, anche tramite due ingressi, posti presso i varchi est e ovest dell’arena, in corrispondenza dei quali due ambienti absidati accoglievano fontane per le abluzioni di gladiatori ed animali

 

 

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, accesso ai sotterranei dal lato occidentale.

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, accesso ai sotterranei dal lato occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, nicchia sulla parete meridionale dell'ingresso occidentale.-001

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, nicchia sulla parete meridionale dell’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Oltrepassato l’ingresso, si può ammirare la complessa articolazione architettonica dell’ambiente. L’ambulacro centrale maggiore, detto anche media via, posto in corrispondenza della lunga fossa rettangolare centrale, serviva alla movimentazione dei macchinari e delle scenografie (foto 5). Nelle murature prevale l’opera laterizia, mentre l’opera reticolata contraddistingue le pareti di fondo delle cellae, ossia i piccoli ambienti destinati ad ospitare le gabbie.

Foto 19: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, corridoio centrale con apertura rettangolare per l'installazione delle scenografie.

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, corridoio centrale con apertura rettangolare per l’installazione delle scenografie (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Ai lati dell’ingresso, si snodano l’ambulacro perimetrale settentrionale e quello meridionale, sulle cui pareti arcate a tutto sesto consentono di accedere a diversi ambienti posti su due livelli (foto 6 e 7).

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro settentrionale visto dall'ingresso occidentale.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro settentrionale visto dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro meridionale visto da est.

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro meridionale visto da est (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

All’inizio di ogni ambulacro due ambienti di servizio consentivano di accedere tramite scalette ad un corridoio, largo poco più di un metro, utilizzato forse dagli inservienti per accedere agli ambienti del secondo livello, dove erano custodite le gabbie per le le fiere (foto 8 e 9).

 

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro meridionale, ambiente con scala di servizio.

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro meridionale, ambiente con scala di servizio (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro settentrionale, ambiente con scala di servizio nei pressi dell'ingresso orientale.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, ambulacro settentrionale, ambiente con scala di servizio nei pressi dell’ingresso orientale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Ricavate nelle volte degli ambulacri (foto 6 e 7) – alcune botole, una settantina circa – attraverso un complesso sistema composto da assi in legno, catene, carrucole e ganci, consentivano un rapido sollevamento delle gabbie dai sotterranei alla platea. Il sistema fu perfettamente ricostruito da Charles Dubois in un suo saggio del 1907 (foto 10). Gli inservienti spingevano le gabbie sotto le botole, affinchè potessero essere agganciate e trainate in superficie. Al secondo livello, per compiere tale operazione si adoperavano tavole in legno poggianti sulle mensole in basalto, ancora oggi innestate nella muratura. Completata l’operazione, si azionava un asse di legno che – infisso nella muratura della ima cavea, dotato di pali di sostegno e di un braccio basculante con carrucola, catena e gancio – sollevava la gabbia per consentire all’animale, al gladiatore o all’attore di entrare direttamente in scena. Si chiudeva infine la botola con una robusta tavola in legno di quercia.

 

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sistema di sollevamento delle gabbie (da Dubois, 1907).

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sistema di sollevamento delle gabbie (da Dubois, 1907).

Alcuni ambienti preservano ancora nelle volte di copertura i fori di alloggiamento per i pali di sostegno (foto 11).

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, volta di un ambiente adell'ambulacro settentrionale con i fori di alloggiamento per i pali di sostegno del sistema di sollevamento delle gabbie.

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, volta di un ambiente dell’ambulacro settentrionale con i fori di alloggiamento per i pali di sostegno del sistema di sollevamento delle gabbie (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

 

Lungo le pareti dei sotterranei è possibile rilevare altre tracce di questo sistema (foto 12).

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Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, sotterranei, parete settentrionale dell’ambulacro anulare meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Questo complesso sistema di sollevamento era probabilmente nascosto alla vista del pubblico tramite le scenografie. Questa ipotesi trova conforto sia nella posizione centrale della grande apertura rettangolare adoperata per il loro allestimento; sia nelle fonti letterarie. Narra infatti Marziale (De Spectaculis, 21 b – il numero indica il passo): «Ci meravigliamo che la terra abbia cacciato fuori da una fessura improvvisamente apertasi Orfeo rivolto all’indietro; veniva da Euridice». Possiamo quindi immaginare lo stupore e la meraviglia che questi effetti scenici generavano nel pubblico, ignaro del complesso meccanismo che la scenografia occultava alla loro vista. O ancora (De Spectaculis, 21): «L’arena ti ha offerto lo spettacolo, o imperatore, di tutto quello che, secondo la fama, il monte Rodope vide sullo scenario ove agiva Orfeo. Strisciarono le rupi, corsero le foreste stupende come si narra fosse il bosco delle, Esperidi. C’era ogni tipo di bestie feroci mescolato al bestiame domestico e si librarono uccelli sopra il poeta, che tuttavia cadde dilaniato da un orso insensibile. Questa leggenda, prima d’ora veduta in pittura, è stata in questo modo realizzata». Altri scrittori, al pari di Marziale, parlano di tigri o orsi che fuoriescono da caverne; oppure dei gladiatori che, muovendosi analogamente, dovevano affrontarli.

Il prossimo articolo sarà sul teatro di “Villa Pausylipon” a Napoli.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

F. DEMMA, Monumenti pubblici di Puteoli. Per un’Archeologia dell’Architettura, Roma 2007.

F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2000, pp. 281 – 306.

 S. DE CARO, I Campi Flegrei, Ischia, Vivara. Storia e archeologia, Napoli 2004.

A. MAIURI, I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Roma.

MARZIALE, Gli spettacoli, Roma 1969.

SVETONIO, Le vite dei Cesari. Volume secondo. Libri IV – VIII, Torino 2008.

Per i brani tratti dalla “Vita di Augusto” (SVETONIO, Vita dei Cesari, II), mi sono avvalso della traduzione curata dalla Prof. Maria Rosa Orrù: http://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/svetonio_xiicesari.pdf. Blog: http://professoressaorru.wordpress.com/.

CH. DUBOIS, Puzzoules antique. Histoire et topographie, Paris 1907.

GIANLUCA TERRANOVA canta “CARUSO” @ Arena Flegrea – Napoli – Mercoledì 27 Agosto 2014 ore 21,00.Sarà ospite Stefania De Francesco – cantante e attrice, protagonista di fiction (Un posto al sole) e spettacoli teatrali (il musical “Holliwood, ritratto di un divo”) – che interpreterà con Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”!

L’evento, finalizzato a rilanciare la tradizione musicale napoletana nel mondo rievocando la figura di Enrico Caruso, avrà luogo 27 agosto 2014, alle ore 21, presso l’Arena Flegrea di Napoli.

Costo dei biglietti:

CAVEA BASSA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

CAVEA ALTA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

I biglietti sono in vendita presso la MC Revolution, Via Giulio Palermo 124 – 80131 – Napoli, tel. 0815456196. Sito internet: http://www.mcrevolution.it/ . E-mail: info@mcrevolution.it.

Per raggiungere l’agenzia:

  1. linea 1 della metropolitana, fermata Rione Alto (l’agenzia è situata a 50 mt. di distanza);

  2. Uscita Tangenziale Camaldoli o Zona Ospedaliera.

La musica napoletana ha rappresentato l’Italia nel mondo per oltre un secolo. Uno dei suoi più noti interpreti fu proprio Enrico Caruso, morto a Napoli il 2 agosto 1921, una vera icona della canzone napoletana grazie alla sua impareggiabile voce. Uno dei pochi interpreti capaci di far rivivere l’intensità, il calore mediterraneo, la potenza vocale ed il talento di Enrico Caruso, è il tenore Gianluca Terranova, protagonista dello spettacolo e della fiction RAI, trasmessa nel 2012. A due anni di distanza dalla fiction e dal CD intitolato “Terranova canta Caruso”, renderà nuovamente omaggio al celebre tenore con questo spettacolo, accompagnato dall’orchestra del maestro Leonardo Quadrini composta da 120 elementi. Nel corso dell’evento, dedicato alle melodie napoletane che la voce di Caruso diffuse nel mondo, Gianluca Terranova interpreterà il brano inedito “‘O sole ‘e Napule”, scritto dallo stesso Terranova e dal musicista e regista Stefano Reali, che descrive la storia d’amore tra il tenore e Ada Giachetti. Allo spettacolo parteciperà inoltre, in veste di ospite, la cantante e attrice Stefania De Francesco, che interpreterà insieme a Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”. 

TEATRI E ANFITEATRI NELLA CAMPANIA FELIX. L’ANFITEATRO FLAVIO DI POZZUOLI

Questo articolo, dedicato all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, è il primo di una serie intitolata “Teatri e anfiteatri nella Campania Felix”. Le foto del presente articolo, tranne le prime due, sono state eseguite su autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli n. 10793 del 10/07/2014. Nella stesura di questa serie non osserverò un rigoroso ordine cronologico, ma inizierò la trattazione dai monumenti più noti al grande pubblico, come gli anfiteatri di Pozzuoli e di Santa Maria Capua Vetere, per poi analizzare le strutture meno note – ma non per questo meno affascinanti – come i teatri di Cales (Calvi, presso Capua), e di “Villa Pausylipon” a Napoli. Sul piano strutturale, tuttavia, cosa distingue un teatro da un anfiteatro? In via preliminare, va chiarito un punto: l’anfiteatro romano non è altro che un’evoluzione del teatro, la cui pianta a semicerchio quasi perfetto resterà sostanzialmente invariata dall’età greca fino al I secolo d. C., come attestano il Teatro Grande e l’Odeon di Pompei, risalenti al II secolo a. C., e successivamente modificati. Per comprendere fino a che punto i Romani si siano spinti nell’inventare la nuova tipologia architettonica dell’anfiteatro, potremmo confrontare la pianta ideale del Teatro greco di Epidauro (foto 1), con quella dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (foto 2).

Foto 1. Teatro Greco.

Foto 1. Teatro Greco di Epidauro.

Foto 2: Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (da DEMMA F., 2007).

Foto 2: Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (da DEMMA F., 2007).

Numerose sono le testimonianze letterarie al riguardo. Marco Valerio Marziale, nel poema “De Spectaculis”, descrive nel dettaglio il pubblico degli anfiteatri (De Spectaculis, III): “C’è una nazione tanto remota, tanto straniera, dalla quale gli abitanti non vengano nella tua città, o imperatore, a vedere gli spettacoli? Viene il tracio agricoltore dall’Emo, fiume d’Orfeo; viene il Sarmata, che si nutre col sangue del suo cavallo; viene quegli che l’onda dell’estremo mare colpisce; è accorso l’Arabo, sono accorsi i Sabei; e i Cilici vengono quì aspersi dello zafferano che essi producono. Sono venuti i Sigambri, con le trecce dei cavalli annodati, e gli Etiopi coi capelli intrecciati in altra foggia. Ogni popolazione parla una lingua diversa, ma tutte concordano in una sola, quando ti salutano vero padre della patria”. Gli Etiopi compariranno anche in un passo della Storia romana di Dione Cassio avvenuto proprio a Pozzuoli, cui farò riferimento di seguito.

Con l’invenzione dell’anfiteatro si assiste ad un’evoluzione in senso monumentale del teatro classico. Lo stesso vocabolo “anfiteatro” deriva dal greco amphithèatron composto da amphì, cioè “d’intorno, da ogni parte” e thèatron, ossia “teatro”. Il termine alluderebbe quindi ad una struttura che si sviluppa intorno ad un determinato punto. L’anfiteatro, infatti, nasce dalla contrapposizione di due teatri, che conferisce all’intera struttura una forma ellittica. A differenza del teatro, inoltre l’anfiteatro talvolta non sfruttava il pendio delle alture in funzione di sostegno della cavea, la quale poggiava invece su solide fondamenta in muratura. La cavea era suddivisa verticalmente in quattro cunei, e orizzontalmente in tre settori detti “precinzioni”, sovrapposti nel senso dell’altezza e destinati a diverse classi sociali. Queste precinzioni erano denominate ima, media summa cavea. Alla ima cavea, che poteva ospitare anche la tribuna per le autorità, potevano accedere solo i personaggi di rango senatoriale; alla media cavea i membri di rango equestre (dal latino eques, pl. equites, ossia “cavalieri”, ceto sociale il cui potere era legato al proprio censo); mentre la summa cavea – la più alta, e quindi più lontana dall’arena – era invece riservata al popolo. Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli la cavea, che poteva ospitare fino a 40.000 spettatori, si componeva di 39 gradini: otto nella ima cavea, sedici in quella media, e quindici nella summa cavea. Questa distinzione in precinzioni sarà estesa dai Romani anche ai teatri. Nell’Odeon – o Teatro Piccolo – di Pompei, il passaggio dalla ima cavea – riservata alle massime autorità cittadine e caratterizzata dalla presenza di sedili in marmo detti bisellia – alla media cavea, era contrassegnato dalla collocazione, accanto agli ingressi, di due transenne marmoree le cui terminazioni presentano figure di grifoni. Le tre precinzioni erano talvolta sovrastate da un atrio porticato con colonne detto porticus in summa cavea crypta, delimitato verso l’esterno da un muro. Nello stesso tempo, mentre nel teatro gli accessi erano quasi sempre due, solitamente dislocati ai lati della scena (come nel Teatro Grande e nell’Odeon di Pompei), nell’anfiteatro le vie di accesso si moltiplicano, anche in virtù delle distinzioni di classe. Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli gli accessi erano 16: i quattro principali, posti in corrispondenza dei punti cardinali e al termine degli assi mediani dell’ellisse, erano preceduti da un portico monumentale su pilastri – detto propylon – diviso in tre navate, che tramite altrettanti archi consentiva l’accesso diretto all’arena (foto 3, 4 e 5). Particolarmente imponente è il propylon dell’ingresso meridionale (foto 3), che si apre al di sotto della tribuna riservata alle autorità (foto 4), che preserva intatte le tre arcate.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) sul lato meridionale.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) sul lato meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, cavea meridionale con palco per l'autorità

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, cavea meridionale con palco per l’autorità (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli)

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) dell'ingresso orientale.

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) dell’ingresso orientale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

In corrispondenza dei quattro ingressi principali, due corridoi coperti, o ambulacri (foto 6 e 7), posti al di sotto delle gradinate e in comunicazione con l’arena, collegavano i quattro ingressi. La presenza di due fontane poste all’inizio ha indotto gli studiosi, come il Maiuri, ad ipotizzare che in questi ambienti sostassero animali e gladiatori prima e, soprattutto, dopo lo spettacolo. Una scaletta posta accanto all’ambulacro settentrionale, conduceva al secondo livello dei sotterranei, dov’erano dislocate le gabbie per gli animali impiegati negli spettacoli. Più oltre altri due ambulacri coperti, larghi circa 2 metri, al di sotto della ima cavea ma non comunicanti con essa, fungevano forse da passaggi di servizio.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea meridionale.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, scalinata di accesso (vomitorium) alla precinzione alta (summa cavea).

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, scalinata di accesso (vomitorium) alla precinzione alta (summa cavea) (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea settentrionale.

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea settentrionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Oltre a quelli principali vi erano altri dodici ingressi minori, tre per ogni settore, che tramite una serie di scalinate e di ambulacri posti ai piani superiori, consentivano l’accesso alla media cavea. Altre venti rampe di scale (vomitoria), collegavano gli ambulacri alla summa cavea e alla soprastante porticus (foto 8).

A differenza del teatro, l’anfiteatro svolgeva un ruolo che spesso andava ben oltre il mero spettacolo, accogliendo talvolta tra le sue arcate le sedi delle corporazioni professionali (scholae). Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, alcune lapidi attestano la presenza, in ambienti appositamente ristrutturati e aperti lungo l’ambulacro perimetrale esterno, delle corporazioni degli scabilllarii (musici legati alle attività teatrali), e dei navicularii (armatori). Come vedremo meglio in seguito, proprio l’ambulacro anulare esterno reca maggiormente le tracce delle pesanti ristrutturazioni cui fu sottoposta l’intera struttura all’epoca dell’impero di Traiano e del suo successore Adriano, cioè nel periodo compreso tra il 98 ed il 138 d. C.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno visto dall'ingresso occidentale.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno visto dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno sul lato meridionale.

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno sul lato meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

La dislocazione dei pilastri lungo l’ambulacro perimetrale esterno (foto 9 e 10) consente di ricostruire in che modo fosse articolata la “facciata” dell’edificio: tre ordini sovrapposti di arcate a tutto sesto, separati da cornici e sormontati dalla parete del sovrastante attico, con semicolonne sia sulla faccia esterna che su quella interna dei pilastri. Un’articolazione identica a quella del Colosseo. Queste semicolonne scomparvero con le ristrutturazioni del II secolo d. C., quando, al fine di prevenire eventuali crolli o lesioni alle strutture portanti, i pilastri furono racchiusi in una muratura in opera laterizia (opus latericium). Tali ristrutturazioni sono visibili anche in altre parti dell’edificio, in particolare sul lato meridionale. Il materiale costruttivo proviene da cave campane. Con buona probabilità, si pensò inizialmente di adoperare il travertino proveniente dalle cave del Monte Massico nella costruzione delle strutture in superficie (foto 12), mentre i tufelli (cubilia) dell’opus reticulatum, provengono dalle cave del vicino Monte Barbaro. La struttura, tuttavia, a distanza di un secolo, mostrò i primi segni di cedimento, al punto tale che nel corso della campagna di ristrutturazioni avviata nel II secolo d. C., durante l’impero di Traiano (98 – 117 d. C) o del suo successore Adriano (117 – 138 d, C.), si rese necessario porre in opera gli inserti in laterizio visibili nelle arcate (foto 12), e i semipilastri, anch’essi in laterizio, posti ai lati delle stesse. I danni furono tanto gravi che in alcuni casi fu necessario murare alcune arcate (foto 11), rinforzando i pilastri di sostegno. Prevale, tuttavia, nella struttura la presenza di murature in opera mista (opus mixtum – foto 13), cioè murature realizzate con diverse tecniche costruttive: opera reticolata, opera laterizia, talvolta con inserti di massi in basalto o travertino.

Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, piano inferiore, arcata murata in opera mista.

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, piano inferiore, arcata murata in opera mista (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, muratura in travertino del Monte Massico sul lato meridionale, databile alla prima fase costruttiva.

Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, muratura in travertino del Monte Massico sul lato meridionale, databile alla prima fase costruttiva (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 13: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pilastro sinistro dell'ingresso orientale, muratura in opera mista (opus mixtum).

Foto 13: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pilastro sinistro dell’ingresso orientale, muratura in opera mista (opus mixtum) (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Giunti a questo punto, potremmo quindi porci le seguenti domande: quali eventi potevano aver luogo negli anfiteatri? E soprattutto quali ne erano il senso e l’origine? Dai passi di Marziale che citerò possiamo ricavare un primo, importante dato: negli anfiteatri, poco adatti ad accogliere commedie o esibizioni musicali, potevano aver luogo rappresentazioni sceniche talvolta ispirate alla mitologia classica, che io indicherò con i loro nomi in latino: i munera gladiatoria (combattimenti tra gladiatori); le venationes (cacce); e le naumachiae (naumachie, ossia rappresentazioni di battaglie navali).

Riferendosi a quest’ultima categoria, Marziale scrisse (De Spectaculis, 24): «Chiunque tu sia, tardivo spettatore venuto da lontane contrade, che per il primo giorno assisti a questi spettacoli sacri, non t’inganni con le sue flotte questa battaglia navale e la somiglianza di queste onde con le onde dei mari; qui poco fa c’era la terra. Non lo credi? Attendi che le acque non siano più infestate dalla battaglia; passerà poco tempo e dirai: Ma qui poco fa c’era il mare”».Occorre quindi immaginare l’esistenza di condutture capaci di convogliare grandi quantità d’acqua, e di fognature idonee al loro smaltimento. Questi spettacoli non potevano aver luogo nel nostro anfiteatro, essendo l’edificio probabilmente privo delle infrastrutture tecniche necessarie al loro allestimento. Questa ipotesi, che Charles Dubois avanzò nel 1907, basandosi sulla presenza di un braccio di acquedotto che taglia trasversalmente i sotterranei in corrispondenza dell’asse minore dell’ellisse (foto 14), e di una conduttura fognaria sottostante, fu confutata con decisione da Amedeo Maiuri con questa motivazione: «Ma dare spettacoli di naumachie entro l’arena di un anfiteatro, in una regione ricca di golfi, di porti e di laghi, tutti più o meno scenograficamente disposti, era un non senso; e l’arena ebbe così nel II secolo il suo stabile e monumentale apprestamento per combattimenti e cacce di fiere» (da MAIURI A., I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, 1981, p. 51). È probabile comunque che il braccio di acquedotto e la sottostante fognatura, non essendo idonei a supportare la portata d’acqua necessaria all’organizzazione di una naumachia, fossero adoperati per le ordinarie attività di pulizia, oltre che per alimentare gli impianti idrici e le numerose fontane poste in vari punti dell’edificio. L’anfiteatro disponeva comunque sia di un impianto idrico molto ramificato, con tubature in piombo (fistulae), adoperate per alimentare le fontane stesse; sia di un impianto di smaltimento delle acque piovane, con tubature in terraccotta e grondaie disposte lungo i pilastri dell’ambulacro perimetrale esterno.

Il termine naumachia, tuttavia, non indicava solo lo spettacolo in sè, ma anche lo spazio nel quale esso aveva luogo. Si legga quanto Svetonio dice a proposito degli imperatori Augusto e Tito in due passi delle sue Vite dei Cesari«….. e una battaglia navale, per la quale fece scavare il terreno nei pressi del Tevere, dove ora si trova il Bosco dei Cesari» (II, 43 – il numero romano indica il libro, mentre le cifre arabe si riferiscono al passo); o ancora «….. diede anche una battaglia navale nell’antica Naumachia (intendendo per Naumachia proprio la struttura che Augusto, fece edificare sulla riva del Tevere, citata nel passo precedente) e ivi pure combattimenti di gladiatori, e di cinquemila fiere di ogni specie in un solo giorno» (VIII, 7). La Naumachia citata al passo II, 43 fu probabilmente coperta con tavole di legno per consentire lo svolgimento tanto del «combattimento di gladiatori» quanto della caccia alle «cinquemila fiere».

Quanto ai munera gladiatoria e alle venationes, molti studiosi, come Florence Dupont, ne hanno individuato le origini tra gli Oschi, popolazione della Campania pre – romana, presso la quale i combattimenti gladiatorii e le cacce erano forse parte integrante di riti funerari. Tali spettacoli manterranno intatta questa natura rituale per tutto il periodo della storia romana. In età imperiale, ad esempio, Plinio il Giovane organizzò un munus per commemorare la moglie defunta. L’imperatore Adriano seguì la stessa strada quando volle commemorare la suocera. La stessa Dupont ascrive i munera e le venationes alla categoria dei «riti di separazione» «Nonostante la loro evoluzione, i munera conservarono alcune caratteristiche costanti che consentono di ricostruire il significato religioso e culturale che non era sempre un semplice omaggio reso a un familiare defunto. Il gesto stesso che lo accompagnava, lo assimilava ad un sacrificio umano offerto alle potenze infernali, in quanto il sangue che sgorgava veniva donato ai morti, senza che i vivi si prendessero la loro parte. I morti, bevendo il sangue, si trasformavano in antropofagi e, dunque, in creature al di fuori del mondo degli dei e degli uomini, che venivano uniti esclusivamente da un sacrificio animale o vegetale. Il munus sarebbe, dunque, un rituale di separazione: placare i defunti, secondo la formula latina, significava relegarli in uno spazio diverso, in una dimesnione assolutamente selvaggia» Il brano è tratto da F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2008, pp. 282 – 306). I primi munera di cui si ha memoria furono organizzati a Roma nel 364 a. C. da Giunio Bruto in memoria del padre defunto. Solo nei secoli i combattimenti gladiatorii assunsero una veste ufficiale, pur mantenendo il loro carattere commemorativo. Nel 164 a. C. Lucio Emilio Paolo organizzò ad Anfipoli un munus per commemorare la vittoria da lui conseguita nella battaglia di Pidna.

Questi combattimenti, tuttavia, non ebbero sempre luogo negli anfiteatri, soprattutto in età repubblicana: a partire dal 216 a. C. furono ambientati prevalentemente nei fori, il cuore pulsante della vita politico – amministrativa delle città. Al fine di indicare la varietà di ambientazioni in cui questi spettacoli potevano aver luogo, potrei far riferimento ad un passo di Svetonio, già precedentemente citato, ma riportandolo questa volta più per esteso: «Per numero, varietà e magnificenza di spettacoli superò tutti i suoi predecessori. Egli stesso (Augusto) dice che, a suo nome, celebrò giochi pubblici quattro volte e ventitrè volte per magistrati che erano assenti o mancavano di mezzi. Qualche volta ne celebrò anche nei differenti quartieri, con numerose scene, servendosi di attori che parlavano tutte le lingue; diede spettacoli non solo nel foro e nell’anfiteatro,ma anche nel circo e nei recinti per le elezioni e talvolta si trattava soltanto di battute di caccia; organizzò anche degli incontri di lotta tra atleti nel Campo di Marte, dove furono disposte anche panche di legno, e una battaglia navale, per la quale fece scavare il terreno nei pressi del Tevere, dove ora si trova il Bosco dei Cesari» (Vite dei Cesari, II, 43).

Anche le venationes avevano lo stesso valore rituale. Simulavano una caccia e consistevano in combattimenti sia tra un animale e un gladiatore, sia tra due animali; con l’impero di Tiberio (14 – 37 d. C.) entrarono a far parte dei munera gladiatoria. Solo le fonti letterarie possono far rivivere i timori, l’esaltazione, i sentimenti dei gladiatori e del pubblico, protagonisti e testimoni di uno spettacolo truculento. Citando Marziale: «Una tigre nata tra le montagne dell’Ircania, delle quali era un raro campione, abituata a leccare la mano del suo domatore che gliela affidava sicuro, con rabbiose zanne crudelmente dilaniò un feroce leone: una vittoria mai vista, di cui non si ha notizia nei secoli. Non avrebbe mai osato una prodezza simile, finché abitò nelle folte selve; dopo che venne fra noi, accrebbe la sua ferocia» (De Spectaculis, 18). O ancora: «La mano del forte e ancor giovane Carpoforo mette a segno gli spiedi norici con sicuri colpi. Portò un paio di giovenchi sul collo senza fatica; ha vinto un furente bufalo e un bisonte; per fuggirlo un leone si gettò a capofitto sulle lance. Orsù popolo, prova ora a lamentarti dei lunghi indugi» (De Spectaculis, 23).

Le ragioni che portarono alla costruzione dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli sono diverso genere. Si possono cogliere tanto ragioni pratiche, quanto ragioni di natura politico – sociale, tutte strettamente tra loro correlate.

In relazione alla prima ipotesi, l’anfiteatro fu costruito accanto ad un altro più piccolo e più antico, databile al I secolo a. C., tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio del Principato di Augusto (27 a. C.) collocato a nord – est, presso il ponte della Linea Ferroviaria Direttissima Napoli – Roma, la cui costruzione nel 1915 portò alla sua scoperta. In una città che con l’avvio del Principato di Augusto era divenuta oramai un centro cosmopolita, tanto importante da accogliere colonie di mercanti provenienti da tutto il Mediterraneo (il ritrovamento in mare di un altare dedicato a Dusares, ha permesso di individuare persino la presenza di una colonia di mercanti Nabatei, originari dell’attuale Giordania), il vecchio anfiteatro si rivelò ben presto inadatto ad accogliere un pubblico tanto grande quanto variegato. Racconta Svetonio: «Negli spettacoli regnavano la confusione ed il disordine più completi; Augusto vi introdusse l’ordine e la disciplina, spinto dall’affronto che aveva ricevuto un senatore quando a Pozzuoli, in occasione di giochi ai quali tutti accorrevano, non era stato ricevuto da nessuno, in mezzo a tanti spettatori. Fece dunque decretare dal Senato che, per tutta la durata degli spettacoli pubblici, offerti in qualsiasi luogo, la prima fila di panche doveva essere riservata ai Senatori …..». Questo anfiteatro rimase forse attivo per tutto il I secolo d. C., anche sulla base di quanto racconta Cassio Dione in un passo molto discusso della sua Historia romana, giunta a noi attraverso la versione che il monaco bizantino Xifilino redasse nell’Undicesimo secolo. L’autore infatti racconta dei giochi organizzati a Pozzuoli nel 66 d. C. da un liberto di Nerone, Patrobio, in onore di Tiridate, fratello del re dei Parti Vologese, in procinto di ricevere a Roma, dalle mani dello stesso Nerone, la corona del regno di Armenia. In questa occasione fu allestita una venatio, nel corso della quale Tiridate, per dare prova della sua destrezza, dallo stesso palco dove era seduto, uccise due tori infilzandoli con le frecce ( Cassio Dione, Historia romana, LXIII, 3).

Quanto alle ragioni di natura politico – sociale, l’Anfiteatro Flavio fu costruito in una fase storica segnata da gravissime tensioni e da guerre fratricide. La morte di Nerone, avvenuta l’11 giugno del 68 d. C., lasciò l’impero nella più assoluta instabilità politica. Nel breve volgere di un anno si susseguirono al potere tre diversi imperatori: Galba, Otone e Vitellio. Due imperatori assassinati ed uno, Otone, morto suicida. Eletto imperatore dalle truppe stanziate in Giudea, Tito Flavio Vespasiano contese il potere al suo predecessore Vitellio, anche grazie al sostegno di alcune città, tra le quali Pozzuoli, che fu ricompensata con la cessione di una parte del territorio della vicina Capua, alleatasi con l’avversario. Questa immissione di nuove terre incrementò probabilmente gli introiti dell’Erario puteolano, al punto tale che la città fu in grado di portare a compimento l’anfiteatro, secondo quanto attestano le lapidi un tempo collocate sugli ingressi principali – e forse anche su qualche entrata secondaria – che recitano testualmente: COLONIA FLAVIA AUGUSTA / PUTEOLANA PECUNIA SUA. In questo modo la città volle rendere omaggio all’imperatore, mutando contemporaneamente il suo toponimo da COLONIA NERONIANA in COLONIA FLAVIA AUGUSTA PUTEOLANA.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

F. DEMMA, Monumenti pubblici di Puteoli. Per un’Archeologia dell’Architettura, Roma 2007.

F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2000, pp. 281 – 306.

 S. DE CARO, I Campi Flegrei, Ischia, Vivara. Storia e archeologia, Napoli 2004.

A. MAIURI, I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Roma.

MARZIALE, Gli spettacoli, Roma 1969.

SVETONIO, Le vite dei Cesari. Volume secondo. Libri IV – VIII, Torino 2008.

Per i brani tratti dalla “Vita di Augusto” (SVETONIO, Vita dei Cesari, II), mi sono avvalso della traduzione curata dalla Prof. Maria Rosa Orrù: http://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/svetonio_xiicesari.pdf. Blog: http://professoressaorru.wordpress.com/.

CH. DUBOIS, Puzzoules antique. Histoire et topographie, Paris 1907.