#Napoli

Tracce di Medioevo lungo via Tribunali, nel cuore antico di Napoli.

Per una traduzione quasi letterale in inglese, clicca qui: http://wp.me/p4swij-5h.

If you want to read a quite literal translation in english, please click here: http://wp.me/p4swij-5h.

Napoli è come un libro da sfogliare, dove la storia si legge pagina per pagina e le tracce del passato si sovrappongono. Napoli è una stratificazione di fatti e vicende, dove l’apparenza inganna. Chiese e palazzi hanno costantemente subito ristrutturazioni e mutamenti di stile legati al gusto e alle istanze culturali delle epoche che hanno attraversato. Non a caso molte chiese napoletane fondate nel Medioevo o in età paleocristiana hanno del tutto perduto il loro aspetto originario per adeguarsi ai canoni emanati dal Concilio di Trento nel corso del Cinquecento, assumendo quindi una veste barocca. Queste trasformazioni risultano evidenti lungo via Tribunali. Nel tratto iniziale, compreso tra Vico San Pietro a Majella e piazza San Gaetano, si susseguono quattro monumenti di grande importanza per l’arte napoletana del Medioevo. Il primo di questi è la chiesa di San Pietro a Majella, fondata insieme al vicino convento – che attualmente ospita il noto conservatorio – all’inizio del Trecento da Giovanni Pipino da Barletta, importante personaggio di corte in quanto maestro razionale della Curia all’epoca di Carlo II d’Angiò. La chiesa consta di una pianta a tre navate, con tetto a capriate nella navata centrale e volte a crociera in quelle laterali (foto 1), secondo uno schema precedentemente adottato in altri prestigiosi edifici come San Domenico Maggiore. Le navate sono divise da pilastri a fascio a sezione rettangolare, con semi-colonne su tre lati che sorreggono i costoloni delle volte a crociera sulle navate laterali.

Napoli, San Pietro a Majella, pianta.

Foto 1: Napoli, San Pietro a Majella, pianta (da C. BRUZELIUS, Le pietre di Napoli. L’architettura religiosa nell’Italia angioina, 1266 – 1343, Roma 2005, p. 192).

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, interno.

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, interno.

La presenza di un’abside rettilinea, più che “a suggestioni cistercensi”, sembra essere legata alla ristrettezza dello spazio, dovuta alla presenza di Vico storto San Pietro a Majella – la tortuosa strada che separa la chiesa dal Convento di San Domenico Maggiore – e di Piazzetta Casanova, coincidenti con l’antico tracciato viario che, oltrepassando le antiche mura difensive in corrispondenza di Porta Donnorso (oggi non più esistente, ma nota alle fonti medievali come “Porta de domino Ursitate”), congiungeva il centro della città al porto e a Castel Nuovo (il “Maschio angioino”, residenza cittadina dei sovrani). Le più antiche testimonianze affermano che la chiesa avesse dimensioni ben più ridotte di quelle attuali, con la facciata allineata al campanile, alla cui base si apre uno dei due ingressi, l’unico ad aver conservato la struttura originaria.

Foto 2: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, lato orientale con campanile.

Foto 3: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, lato orientale con campanile.

La chiesa aveva forse pianta quadrata. Tra il Trecento ed il Quattrocento l’edificio subì una serie di trasformazioni che portarono ad un ampliamento del transetto con l’aggiunta di due cappelle alle estremità opposte (la cappella Leonessa a Nord, e la cappella Pipino a Sud), ed allo spostamento della facciata con l’allungamento delle navate. Per questi ultimi lavori, che interessarono anche il convento, Alfonso d’Aragona, Duca di Calabria, concesse l’ingente somma di duemila ducati per convincere i frati celestini di Santa Caterina a Formiello (presso Porta Capuana) a trasferirsi nel convento di San Pietro a Maiella affinché potesse ingrandire la propria dimora della Duchesca (quartiere posto nei pressi dell’odierna Piazza Garibaldi).

La chiesa fu poi ristrutturata in stile barocco intorno alla metà del Seicento, quando furono trasformate alcune cappelle, ed eseguiti il portale di facciata, realizzato su commissione della Principessa di Conca, Giovanna Zunica (foto 4); l’altare maggiore, opera di Pietro e Bartolomeo Ghetti, su disegno di Cosimo Fanzago (foto 5); ed il soffitto a cassettoni, un prezioso lavoro d’intaglio in legno dorato, realizzato da artigiani napoletani su progetto dell’architetto certosino Bonaventura Presti (foto 6).

Foto 5: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, facciata.

Foto 4: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, facciata.

Foto 5: Cosimo Fanzago, altare maggiore. Napoli, chiesa di San Pietro Maiella.

Foto 5: Cosimo Fanzago, altare maggiore. Napoli, chiesa di San Pietro Maiella (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Foto 6: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, soffitto a cassettoni.

Foto 6: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, soffitto a cassettoni (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Il soffitto rappresenta una delle più brillanti realizzazioni dell’arte barocca napoletana. Racchiude infatti le tele che Mattia Preti eseguì tra il 1657 ed il 1659, raffigurandovi soggetti ispirati alla vita di Pietro da Morrone (papa Celestino V) nella navata centrale (foto 7), e di Santa Caterina d’Alessandria, nel transetto.

Foto 7: Mattia Preti, "Celestino V prende possesso della sede pontificia, preceduto da Carlo II d'Angiò con la croce". Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella.

Foto 7: Mattia Preti, “Celestino V prende possesso della sede pontificia, preceduto da Carlo II d’Angiò con la croce”. Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella (da Napoli Sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7).

Autentici capolavori di arte medievale sono gli affreschi delle cappelle Leonessa e Pipino, dislocate alle estremità opposte del transetto. La Cappella Leonessa, all’estremità settentrionale, preserva ancora oggi buona parte del ciclo di affreschi, eseguito intorno alla metà del Trecento, al tempo della prima ristrutturazione dell’edificio. Gli affreschi che rivestono le pareti perimetrali sono divisi in due fasce sovrapposte: quella inferiore, caratterizzata da una successione di tondi con busti di santi (foto 8); e quella superiore, ove sono raffigurate “Storie di San Martino”.

Foto: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, Cappella Leonessa, tondo con busto della Maddalena.

Foto 8: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, Cappella Leonessa, tondo con busto della Maddalena.

Il cielo stellato che orna le lunette della volta a crociera accoglie, invece, tondi recanti le effigi dei Dottori della Chiesa e di Santi, ognuna delle quali è affiancata da angeli.

Sul braccio meridionale si apre invece la cappella Pipino, fondata intorno alla metà del Trecento da Giovanni Pipino, conte di Altamura e Minervino Murge, morto nel 1356, da non confondere con l’omonimo fondatore della chiesa. Le pareti perimetrali presentano un ciclo di affreschi con “Storie della vita di Cristo” di grande qualità stilistica.

Lungo il braccio meridionale del transetto, tra la prima e la seconda cappella, compare l’effigie della “Madonna dell’Umiltà”, eseguita verso la fine del Trecento (foto 9).

Foto 9: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, "Madonna dell'Umiltà".

Foto 9: Napoli, chiesa di San Pietro a Maiella, “Madonna dell’Umiltà”.

Sul piano architettonico, di grande interesse è il campanile a cinque piani sormontati da una cuspide piramidale (foto 3). La struttura sembra riprodurre, nei suoi elementi essenziali, il campanile della cattedrale di Lucera (http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_cattedrale_di_Santa_Maria_Assunta_%28Lucera%29). A tal riguardo, è interessante notare che lo stesso fondatore di San Pietro a Maiella, Giovanni Pipino da Barletta, ebbe da Carlo II d’Angiò l’incarico di sterminare la colonia saracena che l’imperatore Federico II di Svevia insediò proprio a Lucera, la cui cattedrale rappresenta ancora oggi uno dei più integri esempi di architettura gotica angioina. L’edificio fu fondato probabilmente dallo stesso Carlo II d’Angiò.

Proseguendo verso Piazza San Gaetano, sul lato sinistro sorge un monumento di grande importanza architettonica, artistica e letteraria: la cappella Pontano (foto 10). L’edificio – fondato nel 1490 dall’umanista Giovanni Pontano per accogliervi le spoglie della moglie Adriana Sassone, morta proprio in quell’anno – presenta una pianta rettangolare ad aula unica con volta a botte. La cappella preserva al suo interno uno splendido pavimento maiolicato, uno dei pochi databili alla fine del Quattrocento, e la “Madonna con Bambino” affrescata da Francesco Cicino da Caiazzo sulla parete di fondo, al di sopra dell’altare che, nelle intenzioni del Pontano, avrebbe dovuto accogliere la preziosa reliquia del braccio di Tito Livio.

Foto 10: Napoli, cappella Pontano.

Foto 10: Napoli, cappella Pontano.

Le pareti perimetrali in tufo grigio, presentano una decorazione architettonica composta da cornici e lesene con capitelli ionici che suddividono l’intera superficie in una sequenza di riquadri rettangolari che racchiudono le finestre. Ogni finestra, inoltre, è fiancheggiata dalle lapidi commemorative in latino e greco, dettate dallo stesso Pontano. La cappella, che poggia su un alto basamento (o stilobate), dispone anche di una cripta. L’architetto della cappella – malgrado Bernardo De Dominici nelle sue Vite de’ pittori, scultori e architetti napoletani ne abbia attribuito la costruzione ad un certo Andrea Ciccione personaggio più di fantasia che reale – secondo alcuni studiosi, come Roberto Pane, sarebbe stato Fra’ Giocondo da Verona. Lo stesso studioso, attribuì successivamente il progetto a Francesco di Giorgio Martini.

Sullo slargo antistante la cappella prospetta la monumentale facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ricostruita nel Seicento sul luogo dove sorgeva una basilica paleocristiana fondata nel VI secolo d. C. dal vescovo di Napoli Pomponio, di cui non rimane più alcuna traccia visibile. Il nome deriva dalla presenza, all’interno dell’edificio, di una pietra con una croce incisa, sulla quale fu collocata un’immagine della Vergine. L’elemento di maggiore interesse ai fini del nostro discorso, è sicuramente il campanile (foto 11), databile al Decimo o all’Undicesimo secolo, raro esempio di architettura romanica a Napoli.

Foto 11: Napoli, campanile della Pietrasanta.

Foto 11: Napoli, campanile della Pietrasanta.

Questo edificio rappresenta una sorta di palinsesto dell’arte napoletana dall’età romana all’Alto Medioevo, in quanto ricco di elementi di spoglio: colonne (foto 12 e 13); un altare (foto 14); un fregio architettonico (foto 15), e un rocco di colonna (foto 16). Nelle pareti interne dell’arco a tutto sesto sottostante il campanile furono inseriti anche alcuni basoli stradali (foto 17).

Foto 12:  Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 12: Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 13:  Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 13: Napoli, campanile della Pietrasanta, colonna romana.

Foto 14: Napoli, campanile della Pietrasanta, altare romano.

Foto 14: Napoli, campanile della Pietrasanta, altare romano.

Foto 15: Napoli, campanile della Pietrasanta, fregio.

Foto 15: Napoli, campanile della Pietrasanta, fregio.

Foto 16: Napoli, campanile della Pietrasanta, rocco di colonna.

Foto 16: Napoli, campanile della Pietrasanta, rocco di colonna.

Foto 17: Napoli, campanile della Pietrasanta, basoli nella parete dell'arco.

Foto 17: Napoli, campanile della Pietrasanta, basoli nella parete dell’arco a tutto sesto.

Dopo alcuni metri, superando l’incrocio con via Nilo e via Atri, si nota un portico in piperno con archi acuti alternati ad aperture a tutto sesto, unica traccia del “Palazzo dell’Imperatore” o di “Filippo d’Angiò” (foto 18). Di questo palazzo, fatto edificare da Filippo d’Angiò al tempo del suo matrimonio con Caterina di Valois, figlia dell’Imperatore d’Oriente Baldovino II, restano oltre al portico anche il prezioso portale in marmo, ornato con lo stemma della dinastia reale angioina (foto 19). Per coloro che vogliano approfondire l’argomento, al termine dell’articolo vi è una breve bibliografia.

Foto 18: Napoli, palazzo "dell'Imperatore" o di "Filippo d'Angiò", portico.

Foto 18: Napoli, palazzo “dell’Imperatore” o di “Filippo d’Angiò”, portico.

Foto 19: Napoli, palazzo "dell'Imperatore" o "di Filippo d'Angiò", portale.

Foto 19: Napoli, palazzo “dell’Imperatore” o “di Filippo d’Angiò”, portale.

PAOLO GRAVINA.

BIBLIOGRAFIA MINIMA:

V. REGINA, Napoli antica. Una splendida passeggiata tra i monumenti, le chiese, i palazzi, le strade, i luoghi perduti e le leggende popolari del centro antico di una città ricca di storia e di cultura, Roma 1994, pp. 124 – 134.

Napoli sacra. Guida alle chiese della città, Vol. 7, Napoli (2010).

C. BRUZELIUS, Le pietre di Napoli. L’architettura religiosa nell’Italia angioina (1266 – 1343), Roma 2005, pp. 191 – 193.

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Il percorso di Santiago de Compostela templare a Napoli

Venerdì 31 ottobre alle ore 17, 30, avrà luogo a Napoli una iniziativa volta a scoprirne uno degli aspetti più reconditi ed intriganti: la presenza dei Templari nella storia della città. Un percorso che si concluderà nel Maschio Angioino – il castello che Carlo I d’Angiò fece costruire tra il 1270 e il 1287, affidandone la progettazione al francese Pierre de Chaulnes – dove sono state ritrovate incisioni simili a quelle presenti nei castelli francesi di Chinon e di Domme, nella Dordogna, dove furono imprigionati i capi dell’Ordine durante il processo che si concluse con la loro condanna. Nel corso della visita, oltre al Maschio Angioino, sarà illustrata la simbologia templare presente in alcuni famosi edifici storici della città, come la basilica di Santa Maria della Pietrasanta, quella di Santa Chiara, la chiesa del Gesù Nuovo ed altri ancora. Interverranno Laura Miriello, Francesco Vernetti e Tullio Pojero. Per informazioni 3206885887. Appuntamento: 31 ottobre, ore 17,30 in Largo Corpo di Napoli 3, presso Museumshop. È prevista una quota di partecipazione pari a € 5.

“Gold, silver, gems and enamels of the Angevin Naples. 1266 – 1380”. Masterpieces of Gothic jewellery on exhibition in Naples at the Museum of Treasury of St. Gennaro.

The masterpieces of sacred jewellery commissioned by the Anjou, the Royal family of Naples from 13th to 15th century, will be on exhibition in Naples at the Museum of Treasury of St. Gennaro, until 31st December 2014. At the beginning of the itinerary, visitors can have, for the first and probably unique time, a closer view of the silver bust of St. Gennaro (picture 1), called by Neapolitans “yellowed face”, because of its browning. The bust was commissioned in 1304 by the King of Naples Charles 2nd of Anjou to three french goldsmiths – Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre and Guillaume de Verdelay – and donated to the cathedral in 1305.

Silver bust of St. Januarius, by Guillaume de Verdelay, Milet d'Auxerre and Etienne Godefroy (1304).
Pic. 1: Silver bust of St. Gennaro, by Guillaume de Verdelay, Milet d’Auxerre and Etienne Godefroy (1304).

Other masterpieces will be on exhibition, such as the episcopal pastoral coming from Sorrento; the gothic reliquary which once contained the ampoules with the blood of St. Gennaro, belonging to the Museum’s collection; the lilied cross that Charles 2nd of Anjou gave to the basilica of St. Nicholas in Bari (picture 2); or the sweet – box, or bombonnière, executed by Neaplitan goldsmiths for the marriage between Philip of Anjou and Tamara, daughter of Nicephorus, the Epirus despot, as we can deduce from the coat of arms that decorate one of its sides: the Angevin lily and the eagle (pics. 3 and 4).

Bari, Church of St. Nicholas, lilied cross donated by Charles 2nd of Anjou.

Pic. 2: Bari, Church of St. Nicholas, lilied cross donated by Charles 2nd of Anjou.

Pic. 3: Cividale (Italy), City Museum, vine leaf - shaped bombonnière. Side with coat of arms.

Pic. 3: Cividale (Italy), Town Museum, vine leaf – shaped bombonnière, side with coat of arms.

Pic. 4: Cividale (Italy), Town Museum, side with vegetable decoration.

Pic. 4: Cividale (Italy), Town Museum, vine leaf – shaped bombonnière, side with vegetable decoration.

Besides will be exposed golden and silver furnishings realized at the time of sanctification of St. Louis of Toulouse in 1317, such as the stational cross coming from Santa Vittoria in Matenano; the shrines of St. Steven and St. Louis of Toulouse, coming respectively from Capri and the Louvre Museum in Paris; or the precious casket coming from Todi, with vegetable decorations and Angevin coat of arms.

The exhibition will end on 31st September 2014. The exhibion’s path winds its way through the rooms of the Museum of Treasury of St. Gennaro, precious pattern of 17th century architecture. Visitors therefore can contemplate a persevering trait of Neapolitan art: the pacific “cohabitation” and, sometimes, fusion between Gothic and Baroque art.

General information:

  • Curator: Pierluigi Leone De Castris.
  • Scientific committee: Ferdinando Bologna, Paola Giusti, Pierluigi Leone De Castris, Maura Picciau, Fabrizio Vona.
  • Seat: Museum of Treasury of St. Gennaro (Museo del Tesoro di San Gennaro): Via Duomo 149, Naples (Italy).
  • Period: 12th October – 31st December 2014.
  • Opening timetable: Monday, Tuesday, Thursday, Friday and Saturday, hrs. 10 a. m. – 5, 30 p. m. (Ticket office closing), 6 p. m. (Museum closing). Sunday and days 24th, 25th and 31st December, hrs. 9, 30 a. m. – 2 p. m. Holidays hrs. 9, 30 a. m. – 5, 30 p. m. Closed on Wednesday.
  • Ticket price: € 3, 00.
  • Ticket office: info tel. +39 – 081294980. Email: info@museosangennaro.com. If you want further information, click here: http://www.museosangennaro.it/ (I’m sorry, there’s only an Italian website).

The Museum of Treasury of St. Gennaro is located in a zone with a lot of bars, restaurants, pizzerias and hotels. I will quote some of them: the “Caffetteria San Gennaro”, Via Duomo 175, tel. +39 – 08119578247; the pizzeria “Il figlio del presidente”, Via Duomo 181, tel. +39-0810330913, http://www.ilfigliodelpresidente.it/; the pizzeria “Il pizzaiolo del Presidente”, Via dei Tribunali 120, tel. +39-081210903; the old pizzeria “Di Matteo”, Via dei Tribunali 94, tel. +39-081455262. In the zone there are also many hotels. I’ll report some of them: the “Hotel Caravaggio”, Piazza Cardinale Sisto Riario Sforza 157, tel. +39-0812110066, fax +39-0814421578, email info@caravaggiohotel.it, website http://www.caravaggiohotel.it/ ; the Hotel “Caracciolo”, via Carbonara 112, tel. +39-0810160111, fax +39-0810176535, website http://www.accorhotels.com/it/hotel-5565-palazzo-caracciolo-napoli-mgallery-collection/index.shtml ; or the Hotel “Duomo”, via Duomo 228, tel. +39-0817265988, fax +39-0812142918, email info@hotelduomonapoli.it or hotelduomo@libero.it, website http://www.hotelduomonapoli.it/index.html.

In the zone there other tourist attractions and monuments, such as the “Pio Monte della misericordia (Pawnshop of Mercy)”, with the “Seven works of Mercy” by Caravaggio, via dei Tribunali 253, tel. +39-081446944, +39-081446973, fax +39-081445517, email segreteria@piomontedellamisericordia.it, website http://www.piomontedellamisericordia.it/ ; or the monumental complex of San Lorenzo Maggiore (church and monastery), which includes one of the greatest underground archaeological sites in the world, and a residence for religious tourism: website http://www.sanlorenzomaggiore.na.it/ ,  tel. +39-0812110860, fax +39-0814421180. Other monuments and tourist attractions are very close: San Gregorio Armeno (the street of cribs), San Domenico Maggiore square and the monastery of Santa Chiara with its wonderful cloister.

Until 31st September 2014, to everyone who want to make a full – day tour through the Old Town of Naples, I’ll apply a discount of 10%.

“ORI, ARGENTI, GEMME E SMALTI DELLA NAPOLI ANGIOINA. 1266 – 1380”. I capolavori dell’oreficeria gotica angioina in mostra a Napoli presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. Fino al 31 dicembre 2014, a tutti coloro che vogliano effettuare un tour nel centro storico di Napoli, includendovi una visita alla mostra, sarà applicato uno sconto del 10%.

Fino al 31 dicembre 2014 saranno in mostra presso il Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli i capolavori di oreficeria sacra commissionati dagli Angiò per alcune chiese, come il Duomo di Napoli, la parrocchiale di Santa Vittoria in Matenano, la Basilica di San Nicola di Bari. Questa mostra offre la possibilità per la prima, e forse unica volta di vedere da vicino il busto argenteo di San Gennaro (foto 1) – posto all’inizio del percorso – che, per la doratura del volto, i napoletani chiamano “faccia ‘ngialluta”. Il busto fu eseguito nel 1304 su commissione del re Carlo II d’Angiò da tre orafi francesi (Etienne Godefroy, Milet d’Auxerre e Guillaume de Verdelay), e donato l’anno successivo alla cattedrale. Nel percorso sono presenti anche altri notevoli capolavori di oreficeria gotica come i pastorali di Atri e di Sorrento; il reliquiario per le ampolle con il sangue del Santo, appartenente alla collezione del Museo; la croce gigliata donata da Carlo II d’Angiò alla basilica di San Nicola di Bari; o anche la capsula (foto 2 e 3) realizzata in forma di “bomboniera” da orafi napoletani per il matrimonio tra Filippo d’Angiò e Tamara, figlia di Niceforo, Despota d’Epiro (come si evince dagli stemmi presenti su una delle facce: il giglio angioino e l’aquila, simbolo del Despotato d’Epiro: http://it.wikipedia.org/wiki/Despotato_d’Epiro). A tutto ciò si aggiungono anche le suppellettili in oro ordinate in occasione della canonizzazione di San Ludovico da Tolosa nel 1317, come la croce stazionale proveniente dalla chiesa parrocchiale di Santa Vittoria in Matenano, nelle Marche; i reliquiari di Santo Stefano e di San Ludovico da Tolosa, provenienti rispettivamente da Capri e dal Louvre di Parigi, e realizzati dagli orafi toscani Pietro di Simone e Lando di Pietro; oppure la preziosa cassetta con decorazioni vegetali e stemmi angioini, proveniente da Todi. La mostra chiuderà il 31 dicembre 2014. Il percorso si snoda attraverso le sale del Museo del Tesoro di San Gennaro, prezioso esempio di architettura del Seicento. Il visitatore potrà quindi comprendere a pieno una caratteristica costante dell’arte napoletana: la pacifica convivenza e, talvolta, la fusione tra arte gotica e barocca. (more…)

Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli angioina. 1266 – 1380

A partire da domani, e fino al 31 dicembre 2014, avrà luogo a Napoli, presso il Museo del Tesoro di San Gennaro, un evento unico e irripetibile: la mostra “Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli angioina. 1266 – 1380”, curata dal prof. Pierluigi Leone De Castris, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. In occasione dell’evento saranno esposti, per la prima volta insieme ed in un unico percorso, i capolavori di oreficeria che i sovrani angioini di Napoli commissionarono agli artisti francesi e italiani che entrarono a far parte della loro corte. Oltre al busto di San Gennaro – opera degli orafi francesi Guillaume de Verdelay, Milet d’Auxerre ed Etienne Godefroy – donato al Duomo di Napoli da Carlo II d’Angiò nel 1304, saranno esposti pezzi unici, come la croce gigliata della basilica di San Nicola di Bari; la mitra di San Ludovico da Tolosa, dal Tesoro della Cattedrale di Amalfi; la capsula del Museo Civico di Cividale del Friuli, realizzata in forma di bomboniera per il matrimonio di Filippo di Taranto con Tamara, figlia di Niceforo I, Despota d’Epiro. Saranno esposti inoltre esposti anche altri pezzi provenienti da Atri, da Sorrento, da Capri e dal Louvre di Parigi. La mostra sarà inaugurata domenica 12 ottobre alle ore 11, 30. Nei prossimi giorni pubblicherò una recensione della mostra. Si leggano di seguito le informazioni generali:

  • Commissario curatore della mostra, Pierluigi Leone de Castris.
  • Comitato scientifico: Ferdinando Bologna, Paola Giusti, Pierluigi Leone De Castris, Maura Picciau, Fabrizio Vona.
  • Sede: Museo del Tesoro di San Gennaro, Via Duomo 149 – 80138 – Napoli.
  • Date: 12 ottobre – 31 dicembre 2014.
  • Orari di apertura: lunedì, martedì, giovedì, venerdì e sabato e sabato, ore 10, 00 – 17, 30 (chiusura biglietteria), ore 18, 00 chiusura museo. Domenica e giorni 24, 25 e 31 dicembre ore 9, 30 – 14, 00. Festivi ore 9, 30 – 17, 30. Mercoledì riposo settimanale.
  • Costo del biglietto di entrata del museo: € 3, 00.
  • Biglietteria: info tel. +39 – 081294980. Email: info@museosangennaro.com. Per qualsiasi ulteriore informazione, cliccare qui: http://www.museosangennaro.it/.

GIANLUCA TERRANOVA canta “CARUSO” @ Arena Flegrea – Napoli – Mercoledì 27 Agosto 2014 ore 21,00.Sarà ospite Stefania De Francesco – cantante e attrice, protagonista di fiction (Un posto al sole) e spettacoli teatrali (il musical “Holliwood, ritratto di un divo”) – che interpreterà con Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”!

L’evento, finalizzato a rilanciare la tradizione musicale napoletana nel mondo rievocando la figura di Enrico Caruso, avrà luogo 27 agosto 2014, alle ore 21, presso l’Arena Flegrea di Napoli.

Costo dei biglietti:

CAVEA BASSA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

CAVEA ALTA NUMERATA € 23,00 prevendita inclusa + diritti di agenzia

I biglietti sono in vendita presso la MC Revolution, Via Giulio Palermo 124 – 80131 – Napoli, tel. 0815456196. Sito internet: http://www.mcrevolution.it/ . E-mail: info@mcrevolution.it.

Per raggiungere l’agenzia:

  1. linea 1 della metropolitana, fermata Rione Alto (l’agenzia è situata a 50 mt. di distanza);

  2. Uscita Tangenziale Camaldoli o Zona Ospedaliera.

La musica napoletana ha rappresentato l’Italia nel mondo per oltre un secolo. Uno dei suoi più noti interpreti fu proprio Enrico Caruso, morto a Napoli il 2 agosto 1921, una vera icona della canzone napoletana grazie alla sua impareggiabile voce. Uno dei pochi interpreti capaci di far rivivere l’intensità, il calore mediterraneo, la potenza vocale ed il talento di Enrico Caruso, è il tenore Gianluca Terranova, protagonista dello spettacolo e della fiction RAI, trasmessa nel 2012. A due anni di distanza dalla fiction e dal CD intitolato “Terranova canta Caruso”, renderà nuovamente omaggio al celebre tenore con questo spettacolo, accompagnato dall’orchestra del maestro Leonardo Quadrini composta da 120 elementi. Nel corso dell’evento, dedicato alle melodie napoletane che la voce di Caruso diffuse nel mondo, Gianluca Terranova interpreterà il brano inedito “‘O sole ‘e Napule”, scritto dallo stesso Terranova e dal musicista e regista Stefano Reali, che descrive la storia d’amore tra il tenore e Ada Giachetti. Allo spettacolo parteciperà inoltre, in veste di ospite, la cantante e attrice Stefania De Francesco, che interpreterà insieme a Gianluca Terranova il brano di Lucio Dalla “Caruso”. 

TEATRI E ANFITEATRI NELLA CAMPANIA FELIX. L’ANFITEATRO FLAVIO DI POZZUOLI

Questo articolo, dedicato all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, è il primo di una serie intitolata “Teatri e anfiteatri nella Campania Felix”. Le foto del presente articolo, tranne le prime due, sono state eseguite su autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli n. 10793 del 10/07/2014. Nella stesura di questa serie non osserverò un rigoroso ordine cronologico, ma inizierò la trattazione dai monumenti più noti al grande pubblico, come gli anfiteatri di Pozzuoli e di Santa Maria Capua Vetere, per poi analizzare le strutture meno note – ma non per questo meno affascinanti – come i teatri di Cales (Calvi, presso Capua), e di “Villa Pausylipon” a Napoli. Sul piano strutturale, tuttavia, cosa distingue un teatro da un anfiteatro? In via preliminare, va chiarito un punto: l’anfiteatro romano non è altro che un’evoluzione del teatro, la cui pianta a semicerchio quasi perfetto resterà sostanzialmente invariata dall’età greca fino al I secolo d. C., come attestano il Teatro Grande e l’Odeon di Pompei, risalenti al II secolo a. C., e successivamente modificati. Per comprendere fino a che punto i Romani si siano spinti nell’inventare la nuova tipologia architettonica dell’anfiteatro, potremmo confrontare la pianta ideale del Teatro greco di Epidauro (foto 1), con quella dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (foto 2).

Foto 1. Teatro Greco.

Foto 1. Teatro Greco di Epidauro.

Foto 2: Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (da DEMMA F., 2007).

Foto 2: Anfiteatro Flavio di Pozzuoli (da DEMMA F., 2007).

Numerose sono le testimonianze letterarie al riguardo. Marco Valerio Marziale, nel poema “De Spectaculis”, descrive nel dettaglio il pubblico degli anfiteatri (De Spectaculis, III): “C’è una nazione tanto remota, tanto straniera, dalla quale gli abitanti non vengano nella tua città, o imperatore, a vedere gli spettacoli? Viene il tracio agricoltore dall’Emo, fiume d’Orfeo; viene il Sarmata, che si nutre col sangue del suo cavallo; viene quegli che l’onda dell’estremo mare colpisce; è accorso l’Arabo, sono accorsi i Sabei; e i Cilici vengono quì aspersi dello zafferano che essi producono. Sono venuti i Sigambri, con le trecce dei cavalli annodati, e gli Etiopi coi capelli intrecciati in altra foggia. Ogni popolazione parla una lingua diversa, ma tutte concordano in una sola, quando ti salutano vero padre della patria”. Gli Etiopi compariranno anche in un passo della Storia romana di Dione Cassio avvenuto proprio a Pozzuoli, cui farò riferimento di seguito.

Con l’invenzione dell’anfiteatro si assiste ad un’evoluzione in senso monumentale del teatro classico. Lo stesso vocabolo “anfiteatro” deriva dal greco amphithèatron composto da amphì, cioè “d’intorno, da ogni parte” e thèatron, ossia “teatro”. Il termine alluderebbe quindi ad una struttura che si sviluppa intorno ad un determinato punto. L’anfiteatro, infatti, nasce dalla contrapposizione di due teatri, che conferisce all’intera struttura una forma ellittica. A differenza del teatro, inoltre l’anfiteatro talvolta non sfruttava il pendio delle alture in funzione di sostegno della cavea, la quale poggiava invece su solide fondamenta in muratura. La cavea era suddivisa verticalmente in quattro cunei, e orizzontalmente in tre settori detti “precinzioni”, sovrapposti nel senso dell’altezza e destinati a diverse classi sociali. Queste precinzioni erano denominate ima, media summa cavea. Alla ima cavea, che poteva ospitare anche la tribuna per le autorità, potevano accedere solo i personaggi di rango senatoriale; alla media cavea i membri di rango equestre (dal latino eques, pl. equites, ossia “cavalieri”, ceto sociale il cui potere era legato al proprio censo); mentre la summa cavea – la più alta, e quindi più lontana dall’arena – era invece riservata al popolo. Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli la cavea, che poteva ospitare fino a 40.000 spettatori, si componeva di 39 gradini: otto nella ima cavea, sedici in quella media, e quindici nella summa cavea. Questa distinzione in precinzioni sarà estesa dai Romani anche ai teatri. Nell’Odeon – o Teatro Piccolo – di Pompei, il passaggio dalla ima cavea – riservata alle massime autorità cittadine e caratterizzata dalla presenza di sedili in marmo detti bisellia – alla media cavea, era contrassegnato dalla collocazione, accanto agli ingressi, di due transenne marmoree le cui terminazioni presentano figure di grifoni. Le tre precinzioni erano talvolta sovrastate da un atrio porticato con colonne detto porticus in summa cavea crypta, delimitato verso l’esterno da un muro. Nello stesso tempo, mentre nel teatro gli accessi erano quasi sempre due, solitamente dislocati ai lati della scena (come nel Teatro Grande e nell’Odeon di Pompei), nell’anfiteatro le vie di accesso si moltiplicano, anche in virtù delle distinzioni di classe. Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli gli accessi erano 16: i quattro principali, posti in corrispondenza dei punti cardinali e al termine degli assi mediani dell’ellisse, erano preceduti da un portico monumentale su pilastri – detto propylon – diviso in tre navate, che tramite altrettanti archi consentiva l’accesso diretto all’arena (foto 3, 4 e 5). Particolarmente imponente è il propylon dell’ingresso meridionale (foto 3), che si apre al di sotto della tribuna riservata alle autorità (foto 4), che preserva intatte le tre arcate.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) sul lato meridionale.

Foto 3: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) sul lato meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, cavea meridionale con palco per l'autorità

Foto 4: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, cavea meridionale con palco per l’autorità (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli)

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) dell'ingresso orientale.

Foto 5: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, portico monumentale (propylon) dell’ingresso orientale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

In corrispondenza dei quattro ingressi principali, due corridoi coperti, o ambulacri (foto 6 e 7), posti al di sotto delle gradinate e in comunicazione con l’arena, collegavano i quattro ingressi. La presenza di due fontane poste all’inizio ha indotto gli studiosi, come il Maiuri, ad ipotizzare che in questi ambienti sostassero animali e gladiatori prima e, soprattutto, dopo lo spettacolo. Una scaletta posta accanto all’ambulacro settentrionale, conduceva al secondo livello dei sotterranei, dov’erano dislocate le gabbie per gli animali impiegati negli spettacoli. Più oltre altri due ambulacri coperti, larghi circa 2 metri, al di sotto della ima cavea ma non comunicanti con essa, fungevano forse da passaggi di servizio.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea meridionale.

Foto 6: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, scalinata di accesso (vomitorium) alla precinzione alta (summa cavea).

Foto 8: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, scalinata di accesso (vomitorium) alla precinzione alta (summa cavea) (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea settentrionale.

Foto 7: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare sottostante la cavea settentrionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Oltre a quelli principali vi erano altri dodici ingressi minori, tre per ogni settore, che tramite una serie di scalinate e di ambulacri posti ai piani superiori, consentivano l’accesso alla media cavea. Altre venti rampe di scale (vomitoria), collegavano gli ambulacri alla summa cavea e alla soprastante porticus (foto 8).

A differenza del teatro, l’anfiteatro svolgeva un ruolo che spesso andava ben oltre il mero spettacolo, accogliendo talvolta tra le sue arcate le sedi delle corporazioni professionali (scholae). Nel caso dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, alcune lapidi attestano la presenza, in ambienti appositamente ristrutturati e aperti lungo l’ambulacro perimetrale esterno, delle corporazioni degli scabilllarii (musici legati alle attività teatrali), e dei navicularii (armatori). Come vedremo meglio in seguito, proprio l’ambulacro anulare esterno reca maggiormente le tracce delle pesanti ristrutturazioni cui fu sottoposta l’intera struttura all’epoca dell’impero di Traiano e del suo successore Adriano, cioè nel periodo compreso tra il 98 ed il 138 d. C.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno visto dall'ingresso occidentale.

Foto 9: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno visto dall’ingresso occidentale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno sul lato meridionale.

Foto 10: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, ambulacro anulare esterno sul lato meridionale (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

La dislocazione dei pilastri lungo l’ambulacro perimetrale esterno (foto 9 e 10) consente di ricostruire in che modo fosse articolata la “facciata” dell’edificio: tre ordini sovrapposti di arcate a tutto sesto, separati da cornici e sormontati dalla parete del sovrastante attico, con semicolonne sia sulla faccia esterna che su quella interna dei pilastri. Un’articolazione identica a quella del Colosseo. Queste semicolonne scomparvero con le ristrutturazioni del II secolo d. C., quando, al fine di prevenire eventuali crolli o lesioni alle strutture portanti, i pilastri furono racchiusi in una muratura in opera laterizia (opus latericium). Tali ristrutturazioni sono visibili anche in altre parti dell’edificio, in particolare sul lato meridionale. Il materiale costruttivo proviene da cave campane. Con buona probabilità, si pensò inizialmente di adoperare il travertino proveniente dalle cave del Monte Massico nella costruzione delle strutture in superficie (foto 12), mentre i tufelli (cubilia) dell’opus reticulatum, provengono dalle cave del vicino Monte Barbaro. La struttura, tuttavia, a distanza di un secolo, mostrò i primi segni di cedimento, al punto tale che nel corso della campagna di ristrutturazioni avviata nel II secolo d. C., durante l’impero di Traiano (98 – 117 d. C) o del suo successore Adriano (117 – 138 d, C.), si rese necessario porre in opera gli inserti in laterizio visibili nelle arcate (foto 12), e i semipilastri, anch’essi in laterizio, posti ai lati delle stesse. I danni furono tanto gravi che in alcuni casi fu necessario murare alcune arcate (foto 11), rinforzando i pilastri di sostegno. Prevale, tuttavia, nella struttura la presenza di murature in opera mista (opus mixtum – foto 13), cioè murature realizzate con diverse tecniche costruttive: opera reticolata, opera laterizia, talvolta con inserti di massi in basalto o travertino.

Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, piano inferiore, arcata murata in opera mista.

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, fiancata meridionale, piano inferiore, arcata murata in opera mista (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 11: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, muratura in travertino del Monte Massico sul lato meridionale, databile alla prima fase costruttiva.

Foto 12: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, muratura in travertino del Monte Massico sul lato meridionale, databile alla prima fase costruttiva (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Foto 13: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pilastro sinistro dell'ingresso orientale, muratura in opera mista (opus mixtum).

Foto 13: Pozzuoli, Anfiteatro Flavio, pilastro sinistro dell’ingresso orientale, muratura in opera mista (opus mixtum) (su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica di Napoli).

Giunti a questo punto, potremmo quindi porci le seguenti domande: quali eventi potevano aver luogo negli anfiteatri? E soprattutto quali ne erano il senso e l’origine? Dai passi di Marziale che citerò possiamo ricavare un primo, importante dato: negli anfiteatri, poco adatti ad accogliere commedie o esibizioni musicali, potevano aver luogo rappresentazioni sceniche talvolta ispirate alla mitologia classica, che io indicherò con i loro nomi in latino: i munera gladiatoria (combattimenti tra gladiatori); le venationes (cacce); e le naumachiae (naumachie, ossia rappresentazioni di battaglie navali).

Riferendosi a quest’ultima categoria, Marziale scrisse (De Spectaculis, 24): «Chiunque tu sia, tardivo spettatore venuto da lontane contrade, che per il primo giorno assisti a questi spettacoli sacri, non t’inganni con le sue flotte questa battaglia navale e la somiglianza di queste onde con le onde dei mari; qui poco fa c’era la terra. Non lo credi? Attendi che le acque non siano più infestate dalla battaglia; passerà poco tempo e dirai: Ma qui poco fa c’era il mare”».Occorre quindi immaginare l’esistenza di condutture capaci di convogliare grandi quantità d’acqua, e di fognature idonee al loro smaltimento. Questi spettacoli non potevano aver luogo nel nostro anfiteatro, essendo l’edificio probabilmente privo delle infrastrutture tecniche necessarie al loro allestimento. Questa ipotesi, che Charles Dubois avanzò nel 1907, basandosi sulla presenza di un braccio di acquedotto che taglia trasversalmente i sotterranei in corrispondenza dell’asse minore dell’ellisse (foto 14), e di una conduttura fognaria sottostante, fu confutata con decisione da Amedeo Maiuri con questa motivazione: «Ma dare spettacoli di naumachie entro l’arena di un anfiteatro, in una regione ricca di golfi, di porti e di laghi, tutti più o meno scenograficamente disposti, era un non senso; e l’arena ebbe così nel II secolo il suo stabile e monumentale apprestamento per combattimenti e cacce di fiere» (da MAIURI A., I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, 1981, p. 51). È probabile comunque che il braccio di acquedotto e la sottostante fognatura, non essendo idonei a supportare la portata d’acqua necessaria all’organizzazione di una naumachia, fossero adoperati per le ordinarie attività di pulizia, oltre che per alimentare gli impianti idrici e le numerose fontane poste in vari punti dell’edificio. L’anfiteatro disponeva comunque sia di un impianto idrico molto ramificato, con tubature in piombo (fistulae), adoperate per alimentare le fontane stesse; sia di un impianto di smaltimento delle acque piovane, con tubature in terraccotta e grondaie disposte lungo i pilastri dell’ambulacro perimetrale esterno.

Il termine naumachia, tuttavia, non indicava solo lo spettacolo in sè, ma anche lo spazio nel quale esso aveva luogo. Si legga quanto Svetonio dice a proposito degli imperatori Augusto e Tito in due passi delle sue Vite dei Cesari«….. e una battaglia navale, per la quale fece scavare il terreno nei pressi del Tevere, dove ora si trova il Bosco dei Cesari» (II, 43 – il numero romano indica il libro, mentre le cifre arabe si riferiscono al passo); o ancora «….. diede anche una battaglia navale nell’antica Naumachia (intendendo per Naumachia proprio la struttura che Augusto, fece edificare sulla riva del Tevere, citata nel passo precedente) e ivi pure combattimenti di gladiatori, e di cinquemila fiere di ogni specie in un solo giorno» (VIII, 7). La Naumachia citata al passo II, 43 fu probabilmente coperta con tavole di legno per consentire lo svolgimento tanto del «combattimento di gladiatori» quanto della caccia alle «cinquemila fiere».

Quanto ai munera gladiatoria e alle venationes, molti studiosi, come Florence Dupont, ne hanno individuato le origini tra gli Oschi, popolazione della Campania pre – romana, presso la quale i combattimenti gladiatorii e le cacce erano forse parte integrante di riti funerari. Tali spettacoli manterranno intatta questa natura rituale per tutto il periodo della storia romana. In età imperiale, ad esempio, Plinio il Giovane organizzò un munus per commemorare la moglie defunta. L’imperatore Adriano seguì la stessa strada quando volle commemorare la suocera. La stessa Dupont ascrive i munera e le venationes alla categoria dei «riti di separazione» «Nonostante la loro evoluzione, i munera conservarono alcune caratteristiche costanti che consentono di ricostruire il significato religioso e culturale che non era sempre un semplice omaggio reso a un familiare defunto. Il gesto stesso che lo accompagnava, lo assimilava ad un sacrificio umano offerto alle potenze infernali, in quanto il sangue che sgorgava veniva donato ai morti, senza che i vivi si prendessero la loro parte. I morti, bevendo il sangue, si trasformavano in antropofagi e, dunque, in creature al di fuori del mondo degli dei e degli uomini, che venivano uniti esclusivamente da un sacrificio animale o vegetale. Il munus sarebbe, dunque, un rituale di separazione: placare i defunti, secondo la formula latina, significava relegarli in uno spazio diverso, in una dimesnione assolutamente selvaggia» Il brano è tratto da F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2008, pp. 282 – 306). I primi munera di cui si ha memoria furono organizzati a Roma nel 364 a. C. da Giunio Bruto in memoria del padre defunto. Solo nei secoli i combattimenti gladiatorii assunsero una veste ufficiale, pur mantenendo il loro carattere commemorativo. Nel 164 a. C. Lucio Emilio Paolo organizzò ad Anfipoli un munus per commemorare la vittoria da lui conseguita nella battaglia di Pidna.

Questi combattimenti, tuttavia, non ebbero sempre luogo negli anfiteatri, soprattutto in età repubblicana: a partire dal 216 a. C. furono ambientati prevalentemente nei fori, il cuore pulsante della vita politico – amministrativa delle città. Al fine di indicare la varietà di ambientazioni in cui questi spettacoli potevano aver luogo, potrei far riferimento ad un passo di Svetonio, già precedentemente citato, ma riportandolo questa volta più per esteso: «Per numero, varietà e magnificenza di spettacoli superò tutti i suoi predecessori. Egli stesso (Augusto) dice che, a suo nome, celebrò giochi pubblici quattro volte e ventitrè volte per magistrati che erano assenti o mancavano di mezzi. Qualche volta ne celebrò anche nei differenti quartieri, con numerose scene, servendosi di attori che parlavano tutte le lingue; diede spettacoli non solo nel foro e nell’anfiteatro,ma anche nel circo e nei recinti per le elezioni e talvolta si trattava soltanto di battute di caccia; organizzò anche degli incontri di lotta tra atleti nel Campo di Marte, dove furono disposte anche panche di legno, e una battaglia navale, per la quale fece scavare il terreno nei pressi del Tevere, dove ora si trova il Bosco dei Cesari» (Vite dei Cesari, II, 43).

Anche le venationes avevano lo stesso valore rituale. Simulavano una caccia e consistevano in combattimenti sia tra un animale e un gladiatore, sia tra due animali; con l’impero di Tiberio (14 – 37 d. C.) entrarono a far parte dei munera gladiatoria. Solo le fonti letterarie possono far rivivere i timori, l’esaltazione, i sentimenti dei gladiatori e del pubblico, protagonisti e testimoni di uno spettacolo truculento. Citando Marziale: «Una tigre nata tra le montagne dell’Ircania, delle quali era un raro campione, abituata a leccare la mano del suo domatore che gliela affidava sicuro, con rabbiose zanne crudelmente dilaniò un feroce leone: una vittoria mai vista, di cui non si ha notizia nei secoli. Non avrebbe mai osato una prodezza simile, finché abitò nelle folte selve; dopo che venne fra noi, accrebbe la sua ferocia» (De Spectaculis, 18). O ancora: «La mano del forte e ancor giovane Carpoforo mette a segno gli spiedi norici con sicuri colpi. Portò un paio di giovenchi sul collo senza fatica; ha vinto un furente bufalo e un bisonte; per fuggirlo un leone si gettò a capofitto sulle lance. Orsù popolo, prova ora a lamentarti dei lunghi indugi» (De Spectaculis, 23).

Le ragioni che portarono alla costruzione dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli sono diverso genere. Si possono cogliere tanto ragioni pratiche, quanto ragioni di natura politico – sociale, tutte strettamente tra loro correlate.

In relazione alla prima ipotesi, l’anfiteatro fu costruito accanto ad un altro più piccolo e più antico, databile al I secolo a. C., tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio del Principato di Augusto (27 a. C.) collocato a nord – est, presso il ponte della Linea Ferroviaria Direttissima Napoli – Roma, la cui costruzione nel 1915 portò alla sua scoperta. In una città che con l’avvio del Principato di Augusto era divenuta oramai un centro cosmopolita, tanto importante da accogliere colonie di mercanti provenienti da tutto il Mediterraneo (il ritrovamento in mare di un altare dedicato a Dusares, ha permesso di individuare persino la presenza di una colonia di mercanti Nabatei, originari dell’attuale Giordania), il vecchio anfiteatro si rivelò ben presto inadatto ad accogliere un pubblico tanto grande quanto variegato. Racconta Svetonio: «Negli spettacoli regnavano la confusione ed il disordine più completi; Augusto vi introdusse l’ordine e la disciplina, spinto dall’affronto che aveva ricevuto un senatore quando a Pozzuoli, in occasione di giochi ai quali tutti accorrevano, non era stato ricevuto da nessuno, in mezzo a tanti spettatori. Fece dunque decretare dal Senato che, per tutta la durata degli spettacoli pubblici, offerti in qualsiasi luogo, la prima fila di panche doveva essere riservata ai Senatori …..». Questo anfiteatro rimase forse attivo per tutto il I secolo d. C., anche sulla base di quanto racconta Cassio Dione in un passo molto discusso della sua Historia romana, giunta a noi attraverso la versione che il monaco bizantino Xifilino redasse nell’Undicesimo secolo. L’autore infatti racconta dei giochi organizzati a Pozzuoli nel 66 d. C. da un liberto di Nerone, Patrobio, in onore di Tiridate, fratello del re dei Parti Vologese, in procinto di ricevere a Roma, dalle mani dello stesso Nerone, la corona del regno di Armenia. In questa occasione fu allestita una venatio, nel corso della quale Tiridate, per dare prova della sua destrezza, dallo stesso palco dove era seduto, uccise due tori infilzandoli con le frecce ( Cassio Dione, Historia romana, LXIII, 3).

Quanto alle ragioni di natura politico – sociale, l’Anfiteatro Flavio fu costruito in una fase storica segnata da gravissime tensioni e da guerre fratricide. La morte di Nerone, avvenuta l’11 giugno del 68 d. C., lasciò l’impero nella più assoluta instabilità politica. Nel breve volgere di un anno si susseguirono al potere tre diversi imperatori: Galba, Otone e Vitellio. Due imperatori assassinati ed uno, Otone, morto suicida. Eletto imperatore dalle truppe stanziate in Giudea, Tito Flavio Vespasiano contese il potere al suo predecessore Vitellio, anche grazie al sostegno di alcune città, tra le quali Pozzuoli, che fu ricompensata con la cessione di una parte del territorio della vicina Capua, alleatasi con l’avversario. Questa immissione di nuove terre incrementò probabilmente gli introiti dell’Erario puteolano, al punto tale che la città fu in grado di portare a compimento l’anfiteatro, secondo quanto attestano le lapidi un tempo collocate sugli ingressi principali – e forse anche su qualche entrata secondaria – che recitano testualmente: COLONIA FLAVIA AUGUSTA / PUTEOLANA PECUNIA SUA. In questo modo la città volle rendere omaggio all’imperatore, mutando contemporaneamente il suo toponimo da COLONIA NERONIANA in COLONIA FLAVIA AUGUSTA PUTEOLANA.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

F. DEMMA, Monumenti pubblici di Puteoli. Per un’Archeologia dell’Architettura, Roma 2007.

F. DUPONT, Gli spettacoli, in A. GIARDINA (a cura di), Roma antica, Roma – Bari 2000, pp. 281 – 306.

 S. DE CARO, I Campi Flegrei, Ischia, Vivara. Storia e archeologia, Napoli 2004.

A. MAIURI, I Campi Flegrei. Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Roma.

MARZIALE, Gli spettacoli, Roma 1969.

SVETONIO, Le vite dei Cesari. Volume secondo. Libri IV – VIII, Torino 2008.

Per i brani tratti dalla “Vita di Augusto” (SVETONIO, Vita dei Cesari, II), mi sono avvalso della traduzione curata dalla Prof. Maria Rosa Orrù: http://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/svetonio_xiicesari.pdf. Blog: http://professoressaorru.wordpress.com/.

CH. DUBOIS, Puzzoules antique. Histoire et topographie, Paris 1907.

La Crypta Neapolitana e la cosiddetta “Tomba di Virgilio” nel Parco Virgiliano di Mergellina a Napoli

La grotta (foto 1) – lunga 711, 16 metri, alta 3 metri e larga 4, 50 metri – nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti. Fu edificata dall’architetto Lucio Cocceio Aucto, forse su commissione di Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, nell’ambito di quel complesso di infrastrutture destinate ad integrare e migliorare i collegamenti tra Napoli, Roma ed ed il Portus Iulius, ossia il porto dov’era stanziata la flotta militare romana, i cui resti sono oggi sommersi nel tratto di mare antistante il lago Lucrino, a causa del bradisismo. Si rese in questo modo possibile il passaggio della strada che conduceva a Pozzuoli – la via Neapolis Puteolim – in sostituzione del più antico tracciato che univa le due città passando per le colline – la via Antiniana per colles. Dalle origini fino ai giorni nostri, l’antro ha sempre fatto da sfondo a culti e leggende. Si narra infatti che lo stesso Cocceio, per costruire la grotta in quindici giorni, impiegò ben centomila uomini. La grotta divenne ben presto anche un luogo di culto. Il ritrovamento, sotto la dominazione spagnola, di un rilievo marmoreo raffigurante Mitra Tauroctono tra il Sole e la Luna (presenti anche nell’effige della Madonna di Piedigrotta), databile al III – IV secolo d. C., e oggi custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha indotto gli studiosi ad ipotizzare che la grotta sia stata utilizzata come mitreo, cioè come sacello dedicato al culto ipogeo della divinità. Il ritrovamento di un rilievo simile a Capri, presso la grotta di Matermania, ha avvalorato questa ipotesi. Petronio, nel suo Satyricon, sostiene invece che la grotta fosse dedicata al culto del dio Priapo. Petronio, nell’unica sua opera conosciuta, usa infatti le seguenti parole: Neapolitana ubi sacellum Priapi et sacra abdita”. Il racconto ha come protagonista Encolpio che, colpito dal dio che lo aveva reso impotente, per recuperare la virilità perduta, intraprende un viaggio in Italia meridionale insieme ai compagni Ascilto e Gitone. 

Sul versante orientale, la “Tomba di Virgilio” – un mausoleo “a tamburo”, in opus reticulatum, con profonde fondamenta, risalente alla prima età imperiale – incombe alta sull’accesso alla Crypta. L’edificio, che la tradizione popolare e letteraria napoletana identifica quale tomba del poeta, preserva al suo interno un colombario a pianta quadrangolare. Si tratta tuttavia di una leggenda, in quanto il poeta, morto a Brindisi, fu sepolto a Napoli in una sua proprietà situata tra il primo ed il secondo miglio della via Neapolis Puteolim, in una zona posta nei pressi dell’attuale Riviera di Chiaia

1. Napoli, Crypta Neapolitana.

1. Napoli, Crypta Neapolitana.

2. Napoli, Tomba di Virgilio.

2. Napoli, Tomba di Virgilio.

La notte bianca delle librerie a Napoli. L’iniziativa “Parti col libro”.

Dopo le note vicende delle librerie storiche di via Port’Alba, cui la Polizia Municipale ha inflitto multe per occupazione abusiva di suolo pubblico, una nuova luce sembra rischiarare i rapporti tra le stesse librerie ed il Comune. Questa nuova fase si aprirà a fine luglio con l’iniziativa “Parti col libro”, volta ad incentivare “la lettura e la promozione del libro” (comunicato stampa della Giunta comunale di Napoli del 27/05/2014). L’evento, promosso dall’Assessorato alla cultura e da quello alle Attività Produttive del Comune di Napoli, in collaborazione con i librai iscritti all’Ali – Ascom e C. N. A. (Confederazione Nazionale Artigianato) che hanno concesso la loro adesione, avrà luogo il 31 luglio dalle ore 18 alle 24. L’iniziativa, nel corso della quale si organizzeranno numerosi readings performances musicali, inizierà alle ore 18,00 presso l’Archivio Storico dell’ex nosocomio psichiatrico “Leonardo Bianchi”, dov’è in allestimento la nuova biblioteca dell’Istituto Italiano per gli studi filosofici; e si concluderà alle ore 24,00. All’iniziativa aderiranno il Megastore Feltrinelli di Piazza dei Martiri; le librerie Pironti, Pisanti, Berisio, Colonnese, L’Ibrido, Io ci sto, Eva Luna, l’Associazione “A voce alta”, le case editrici “Homo Scrivens” e “A est dell’equatore”. La Compagnia della Qualità e le Eccellenze campane realizzeranno per l’occasione, presso “La Taverna” a Santa Chiara e l’Aula Magna di “Eccellenze campane”, una degustazione di prodotti tipici regionali nell’ambito dell’iniziativa “Racconta con il cibo, leggi con gusto”.

La Notte della Tammorra. Festival di Musica e Cultura Popolare. 11 – 12 – 13 Agosto. Minori, Costa d’Amalfi.

I giorni 11, 12 e 13 agosto avrà luogo nella spettacolare cornice paesaggistica del lungomare di Minori, il festival “La Notte della Tammorra” a cura di Carlo Faiello. Sull’onda del successo di pubblico e di critica riscontrati nelle scorse edizioni, il festival, al fine di preservare e promuovere la ricca tradizione musicale campana in tutte le sue forme, vedrà il contributo di giovani artisti che, riproponendone “gli archetipi” con l’aiuto di “strumenti acustici andati in disuso e che sono prepotentemente tornati alla ribalta, come Zampogne e Chitarre Battenti, Ciaramelle e Nacchere, ed ovviamente Tammorre”, indicheranno una nuova via di sviluppo della musica, evidenziando il “legame profondo e simbolico tra tradizione ed innovazione, per cui ricucire i fili del passato significa avere una solida tela nel futuro”. Da sottolineare la volontà, da parte di artisti ed organizzatori, di conferire all’evento lo spirito di una grande festa popolare. Il festival persegue un duplice scopo: recuperare e preservare la memoria di una tradizione musicale e antropologica sempre più avvertita dal popolo campano come elemento distintivo della propria identità culturale, promuovendone la conoscenza anche tra quel pubblico che sempre più avverte l’esigenza di un turismo sostenibile e volto alla conoscenza dell’identità culturale di un popolo. (I virgolettati sono tratti dal post di Carlo Faiello su Facebook: https://www.facebook.com/events/914872308538681/).